Era come solo, nella piscina affollatissima, a mezzogiorno della domenica afosa.
Non poteva vedere né udire nessuno.
In piedi, sotto un sole canicolare, in mezzo al via-vai di gente in costume da bagno, ripeteva ossessivamente il medesimo movimento: una strana e armoniosa oscillazione sul bacino e sul busto; una lieve rotazione e contro-rotazione, toccandosi le sopracciglia con una mano e con l’altra; carezzandosi l’una con l’altra, poi, le stesse mani e gli avambracci; quindi aggiustando i pochi capelli.
Avrà avuto una trentina di anni.
Non poteva vedere poiché totalmente privo di bulbi oculari. Con ogni probabilità dalla nascita.
Era evidente che non potesse udire, fatto deducibile dalla sua assoluta, statica, imperturbabilità al vociare intenso dei bagnanti; all’alto, quasi fastidioso, volume della musica di alcuni altoparlanti, sparsi all’intorno; e anche osservando come più di una volta fosse stato pericolosamente sfiorato da gruppi di ragazzi che correvano, strillando e inseguendosi, verso l’acqua refrigerante della piscina, senza che ciò gli procurasse il minimo senso di allarme.
La sua mimica era serena e inconsapevole, come confortata solo dall’ossessivo e infinito ripetersi del medesimo, inutile, periodico gesto.
Di quando in quando la donna anziana che lo accudiva interrompeva la propria lettura; si alzava, uscendo dall’oscurità protettiva dell’ombrellone, per accostarsi a lui senza parlare; lo toccava leggermente su un fianco, con un gesto risaputo, sempre uguale, sempre nello stesso punto, e gli poneva una mano sulla spalla, da dietro.
Lui, come riacquistando improvvisamente coscienza; come scoprendo fortuitamente un contatto con quel mondo che può solo immaginare; come fosse cosa naturale proprio quel suo vivere in un buio silenzioso; comunicare solo con la sensibilità della pelle; solo allora si bloccava, alzava leggermente la testa protendendo il mento in avanti, e si apriva in un sorriso soave come un saluto.
Quindi, assecondando l’invito rivoltogli al tatto, arretrava di un passo e si sedeva; sempre ripetendo la medesima gestualità: toccandosi le sopracciglia; carezzandosi l’una con l’altra le mani e gli avambracci; aggiustandosi i pochi capelli…
Per qualche minuto rimaneva lì, inespressivo, solo di quando in quando sollevando di scatto la testa, ora a destra ora a sinistra, per fiutare la scia dolciastra di qualche bagnante unto d’olio solare.
Poi, assecondando chissà quale recondito impulso di soddisfazione, tornava a rialzarsi, lentamente, fino a ritrovare il sole canicolare e, in piedi nel nulla, riprendeva la sua oscillazione periodica, armoniosa, ossessiva e confortante.
Ritto in mezzo al passaggio di gente, tra gli ombrelloni e le sedie a sdraio, a pochi metri dal bancone del bar.
Visibile a tutti; ignorato da tutti.
In mezzo a noi eppure solo, nel suo sconfinato deserto di buio e di silenzio.
Per quanti anni ogni giorno aveva percorso a piedi quel tratto di strada? Venti? Trenta? Non lo ricordava neanche più. Poco importa. Dal negozio ai giardini prima della piazza, in fondo al viale. Laggiù poi, la panchina su cui sedersi per attendere l’autobus. Un approdo.
Tutte le sere, dopo la chiusura del negozio. Da sempre.
L’ampio marciapiede di platani, oggi alti, grossi di resistenza al cemento, anziani e polverosi. I portoni aperti dei vecchi condomini, attraverso i quali sbirciare nei cortili e immaginare finestre, panni stesi ad asciugare, piccoli rumori di quotidianità, a pochi metri dal caos. Le botteghe, una dietro l’altra con i loro colori, talvolta gli odori, a invadere l’aria di pochi passi. I volti dei negozianti; le loro abitudini, riconosciute all’istante nei frammenti di gestualità rituale, percepita da fuori, passando, come film muto; luminosa serie di quadri scanditi; ogni immagine una vicenda. La luce ingiallita dei lampioni, che si scambiano l’ombra distesa di chi cammina sul marciapiede, allungandola a dismisura prima di cederla al palo successivo.
Ogni volta, in ogni età, passando in rassegna quella serie di incontri alla fine di ogni giornata, Franco aveva calcolato piccoli bilanci personali; fantasticato progetti; assaporato il sentore di stagioni diverse. Oppure la semplice idea del riposo, del ricovero che avrebbe trovato in casa, per preparare il domani.
Oggi come ieri quando, ragazzo, rientrava sudato, sporco di interminabili sfide di calcio nel cortile della vicina scuola; il grembiule impolverato, il colletto di plastica aperto, le scarpe piene di terra; sulla spalla il peso della borsa di libri, da contrastare con un’andatura sghemba. Oppure di fianco a suo padre, che gli chiedeva di scuola con domande distratte, mentre immerso in pensieri da adulto. Anche allora, pensò, lo rassicurava il calore percepito di quella estesa condivisione. Gli era sempre piaciuto il senso di partecipazione alle cose umane, che lo sguardo lanciato all’intorno restituiva a ogni passo. Pochi minuti a piedi, fino alla panchina, per un ritaglio d’intima soddisfazione; un’euforia di libertà momentanea e, al tempo stesso, il piacere sottile dell’appartenenza. Dell’identità con cui ristorare l’animo.
Ben diversamente dal mattino, quando il mondo la vita i pensieri la testa e il passo sono frenetici, tesi allo scopo, impegnati assorti astratti da tutto fuorché dal motivo pressante del giorno, dalla scadenza imminente, dalla consegna, dall’ordine, dal pagamento, quando il tragitto è rapido ed euforico come un sospiro trattenuto, ogni sera Franco centellinava lentamente, passo a passo, quella rassicurante verifica. A controllare che ogni cosa fosse al proprio posto ma, soprattutto, a godere del proprio legittimo posto tra le cose.
Certo, in quel medesimo breve tragitto gli era anche accaduto di maledire occasionali sconfitte; passi falsi; attese snervanti per un risultato indeciso; quindi di essere inconsciamente infastidito da quelle medesime presenze, immutabili e tranquille, che allora gli apparivano come osservatori petulanti; quasi lo additassero a sottolineare, di volta in volta, con la loro calma, la sua difficoltà. Ma la consapevolezza dell’andare e venire, ciclico, delle vicende umane non lo aveva mai abbandonato del tutto. Neanche in giovinezza. «In fondo…» ripeteva tra sé «…l’esistenza è come un grande gioco di società, nel quale il rischio è comunque incidentale, circoscritto. In qualche modo visibile».
Così, anche in quella sera di Novembre, abbassata la saracinesca del negozio, Franco si accinse alla sua passeggiata. Importava poco che il lungo viale di platani fosse tempestato da una gelida tramontana, a folate rabbiose: casa lo attendeva, calda e accogliente come sempre. Il sorriso di sua moglie oggi, come ieri quello di sua madre, incorniciato sulla porta d’ingresso dagli odori di cucina. La posta da passare in rassegna; due dita di vino; un buon disco in sottofondo. La cena e un film da commentare, prima del sonno. Gli affari erano andati ottimamente, per tutta la giornata. Libri scolastici, soprattutto in questa stagione. Ma anche la cancelleria, i rifornimenti di base che gli insegnanti chiedono all’inizio di ogni nuovo anno di studio. Un ottimo incasso.
La cartolibreria Salvetti, aperta da suo nonno nel primo dopoguerra, poi passata da suo padre a lui, era una sorta d’istituzione nel quartiere. Franco ne era giustamente orgoglioso. Più che gestirla, egli ogni giorno la indossava, come un abito di cui conoscesse ogni cucitura e difetto. Non la considerava neanche più un esercizio commerciale: vi identificava la scansione della propria esistenza; la propria collocata utilità sociale. Ma anche uno specchio in cui vedere riflessa la vita, nella dinamica delle sue stagioni. Ciclicamente.
Ogni anno nel medesimo modo, secondo un rituale immutabile nel tempo: per gli alunni delle prime classi elementari della vicina Scuola Massimo D’Azeglio, i quaderni a righe ampie, su cui sudare grandi caratteri lenti, calcati e incerti. Matite e colori, per i loro disegni dalle proporzioni improbabili, gonfi d’amore e d’orgoglio; o per i biglietti da riempire di promesse pure e inconsapevoli, in previsione del Natale. Il chiasso e l’entusiasmo dei bambini. I richiami stizziti ma affettuosi delle mamme a non toccare ogni cosa. Passavano poi gli adolescenti delle medie, che ottenuti i loro primi veri libri di testo (le madri ancora intente a pagarli), sfogliavano e risfogliavano a lungo, con preoccupazione, le pagine scure di caratteri fitti, già immaginando le lunghe ed estenuanti lotte interiori, tra studio e richiami esuberanti. I loro sorrisi perplessi, e i commenti stringati, e timidi, con la voce scomposta dalla muta ormonale; ingovernabile nei toni. I liceali, oramai quasi del tutto indipendenti, che scanzonatamente s’agitavano alla ricerca di qualche testo usato, per risparmiare sul finanziamento paterno e spendere il resto nel vicino bar Torrisi, tra videogiochi e sigarette ostentate con intima incertezza. Oppure i clienti di una vita, gli adulti che, passati da ragazzi, lì tornavano per le forniture dei loro studi professionali. Condividevano oggi preoccupazioni mature, sociali, o improvvisi ricordi d’infanzia, ritrovandoli con uno sguardo al mobilio novecentesco, preservato negli anni, oggi marchio di serietà e tradizione. Gli insegnanti, assorti nella scansione del lavoro; o investiti di un ruolo che non termina fuori dalla classe; altri invece liberi proprio dal quel ruolo, e soddisfatti di assumere un’identità più leggera, agli occhi degli studenti incontrati nel negozio. Infine gli anziani, alla ricerca di un contatto a loro affine, più che di un pennino o di un inchiostro colorato. Di una conversazione imbastita su piccoli convenevoli di cortesia, più che di un libro di narrativa classica.
Così era sempre stato, da quando aveva memoria. Così sarebbe stato sempre.
«La vita è una serie di “costanti”; il ripetersi di “norme” in un’alternanza di “mode”», pensò, attraversando l’ultimo crocevia. «Basta intuirlo, per esorcizzarne il peso».
Cominciò a fiancheggiare i giardini che concludevano il viale, in prossimità della piazza, e il pensiero corse a sua moglie Maria. In quel piccolo parco l’aveva baciata per la prima volta, alla fine della scuola, in un giugno di tanti anni prima. Il recinto basso di legno era l’unica cosa diversa da allora. Anche gli alberi, i lecci, pur essendo gli stessi, non assomigliavano più alle giovani e isolate piante di un tempo. Le fronde ora si congiungevano una all’altra, in un soffitto di ombra che a sera inglobava la luce dei lampioni, creando atmosfere surreali. Ma il resto era immutato: la fontana dei delfini, rotonda, nel centro, all’incrocio dei vialetti di ghiaia; la vasca di pietra ricolma di acqua, in cui da bambino aveva fatto navigare legnetti, raccolti all’intorno; le piccole siepi di bosso, all’interno della recinzione, qua e là interrotte dall’uso di passaggi continui, per evitare l’ingresso in piazza; l’angolo per i giochi dei bambini, con lo stesso scivolo di metallo, ora non più colorato, su cui mille volte, d’estate, si era scottato le gambe.
In fondo al marciapiede, dritto davanti a lui, poco prima della piazza, la panchina. La sua panchina. O meglio: “La Panchina”; l’attimo ultimo. Quello dei consuntivi e dei progetti. Il posto in cui, da ragazzi, perdere autobus e cognizione del tempo perché ci sono chiacchiere da finire, e la voglia di stare insieme ti trattiene ancora un po’. Il luogo degli ultimi baci con Maria, da fidanzati, prima di salire su due autobus diversi. Il punto di tutte le partenze e di tutti i saluti. Quello simbolico, in cui il pensiero si deve fare un piccolo coraggio per affrontare il distacco, anche momentaneo, dai fatti; dalle persone; dalla vita vissuta.
Per ritrovare la propria solitudine. L’apnea fino a domani.
Quando giunse alla panchina, Franco vi trovò seduto un vecchio; mai visto prima nel quartiere.
In maniche di camicia, il tipo aveva indosso un panciotto sdrucito su un paio di pantaloni consunti e sformati dall’uso. Pareva indifferente al freddo e all’impeto dell’aria, che faceva mulinare scompostamente i suoi pochi, lunghi, capelli canuti. I gomiti puntati sulle ginocchia, il capo sorretto dalle mani congiunte, mirava il vuoto davanti a sé, come assorto in pensieri lontani.
Franco rallentò il passo, accostandosi, deluso di trovare il posto occupato e di interrompere il filo dei propri pensieri. Quando fu fermo, prese a osservare quella strana figura.
Questi dapprima parve non vederlo, quindi, muovendo solo gli occhi verso di lui, parlò con voce rugosa, bruscamente.
«Che hai da guardare?»
Franco fece per rispondere, ma fu subito interrotto.
«Non sono solo, non sono povero e non sento freddo…».
Interdetto, Franco non seppe come replicare.
« …Ci fosse stato un solicello tiepido, non ti saresti nemmeno accorto che sono qui», proseguì il vecchio, che intanto aveva ripreso a guardare fisso davanti a sé.
Assecondando l’istinto, più che la ragione, Franco poggiò in terra la valigetta che teneva in mano e, aggiustandosi alla meglio la sciarpa intorno al collo, si sedette di fianco al vecchio, non senza un certo imbarazzo. Avrebbe voluto ribattere qualcosa e cercò un qualunque filo di pensiero; ma tutto ciò che affiorava alla mente gli parve banale, o inopportuno. Rimase quindi in silenzio. Infilò una mano nel cappotto e ne trasse un pacchetto stropicciato di sigarette. Stava per tenderlo al vecchio, quando questi riprese a parlare.
«Perché ti sei fermato? Pensavi fossi un barbone?»
«Io… sto andando a casa»
«Lascia stare…», lo interruppe quello, ora accennando un sorriso un po’ amaro. «…Lo so da me: noi vecchi abbiamo tutti un’aria un po’ sciatta. E’ la vita che ci sciupa così». Il vecchio fece una pausa più lunga, poi riprese: «Credono tutti di poterla bere d’un fiato, di riuscire a gustarne fino all’ultima goccia senza provare la minima ebbrezza. Già, gli uomini credono di sapere ricette, di intuire segreti e alchimie, di riuscire a fregarla comunque, in qualche maniera, fidando nella loro prudenza; a volte nella sorte, o nel caso. Lo credono, nell’intimo. Senza rivelarlo a nessuno. Poi, si ritrovano, …ci ritroviamo, un bel giorno, come vecchie giacche consunte dall’uso, sfondate, che nessuno vuole più indossare. E solo allora capiamo di essere stati noi a servire la vita, e non il contrario».
Franco era sempre più confuso. Si guardò distrattamente le scarpe, per riempire d’un gesto il suo vuoto imbarazzo.
«Sì…», riprese quello. «Sì, succederà anche a te. Probabilmente prima di quanto tu non creda. Puoi farci una scommessa. Vedi, basterebbe rendersi conto di ciò che accade. Voglio dire: si passa tutta la vita a correre dietro a piccole date; a conti inutili che sembrano preziosi; a ricorrenze da festeggiare; a desideri e sogni, spesso irrealizzabili, che tuttavia ripetiamo in continuazione. Chimere, nient’altro che chimere! Altri si nascondono dietro a una caparbia imperturbabilità, aggrappati alla convinzione che basti semplicemente ignorare i problemi, fin quando è possibile, per evitarli. E si fingono felici; spavaldi. Poi ci sono quelli che costruiscono fortini di carta, e restano trincerati dietro la loro prudenza accorta, per non uscire mai. Mai una discussione. Mai un’opinione esplicita. Mai una passione assecondata con slancio e incoscienza. Solo le malattie, o le sciagure, ci fanno un po’ riflettere sulle umane cose. Solo in quei casi ci soffermiamo…». Il vecchio sputò per terra, poi riprese: «Oh sì, ma sono sempre lacrime di coccodrillo, ipocrisie del momento. Perché non vediamo l’ora di tornare a instupidirci di cose… come dire, importanti. Anestetici. E’ sufficiente stare un po’ meglio, che so io, vedere due amici; essere lusingati da una bella donna, e tutto torna come prima: si riprende a correre dietro a chimere, che altro non sono che paura della realtà. Questo il fatto: abbiamo paura della realtà! E non ce la raccontiamo mai giusta. Mai. Comunque la rendiamo più dolce. La acconciamo al nostro desiderio. E crediamo, sì, crediamo di agire per nostra volontà. Corazzati contro i pensieri cattivi, non vogliamo ammetterlo: i fatti che accadono condizionano le nostre azioni. Non sono le nostre azioni a determinare la vita, come invece vorremmo. La verità non esiste. Inutile ricerca, la verità. Esiste la realtà. Esiste accettare l’effettiva realtà dei fatti, e imparare a essere sereni per questo. E poi vivere le passioni. Lasciarsi andare, ogni tanto. Perché, vedi, il rammarico maggiore, quando arrivi alla fine, è sempre quello di non esser riuscito a vivere meglio. Intendo dire sereno, distaccato, felice del poco che hai… Aaàh! Troppo tardi! Lo capirai pure tu. Basta un granello nell’ingranaggio perfetto, e tutto salta».
Franco aveva ascoltato in silenzio, lo sguardo al marciapiede, indeciso tra fascino e fastidio.
Il vecchio tacque.
Trascorso qualche interminabile secondo, Franco abbassò lentamente lo sguardo sul pacchetto ciancicato di sigarette, che ancora stringeva in mano. Decise di voltarsi, alzando il braccio, per offrire una sigaretta al vecchio. Ma, interdetto, di fianco a sé incontrò solamente il vuoto, il vento freddo che gli saliva su per la manica; e null’altro che stordimento, confusione, sorpresa.
Restò lì per un po’, impietrito, solo sulla panchina.
Poi lentamente, guardandosi attorno con circospezione, rimise la mano in tasca e si assorse nei suoi pensieri confusi.
Fu il rumore dell’autobus, il sibilo pneumatico delle porte che si aprivano, a distoglierlo da quella sorta di tenace fissità. Rapidamente, riprendendosi, raccolse la valigetta e si alzò, trattenendo la sciarpa con la mano libera. Solo a quel punto si accorse della presenza di un giovane sulla ventina che, appoggiato al palo della fermata, lo osservava con insistenza e intensità, quasi lo studiasse.
In un attimo Franco disse acidamente: «Che hai da guardare?»
Il ragazzo non rispose: sorrise in modo mite, socchiudendo gli occhi, poi si volse e salì sull’autobus scuotendo lievemente il capo.
Le porte si richiusero, con un sibilo e uno scatto, e l’autobus se ne andò.
Gli amici, invitati a cena, lo schernivano bonariamente, osservando come si adoperasse nelle faccende domestiche, a evitare i pacati rimproveri di lei.
Piero, tuttavia, non aveva un atteggiamento sottomesso; né si muoveva con l’alacrità di chi cerchi il consenso di un superiore. Piuttosto assecondava diligentemente le direttive, che Gisa impartiva con soave imperio. Non discuteva, non obbiettava; non proponeva alternative. Sembrava non avere un’opinione, riguardo al modo di eseguire quei piccoli gesti che ci accomunano nell’esistenza. Meglio ancora: apparivano estranei a lui tali innocenti dilemmi.
Era Gisa a decidere cosa si dovesse mangiare; Gisa a stabilire quale aperitivo servire agli ospiti; lei a dare il via alla cena, esortando gli invitati a servirsi. Lei a riceverli, mentre lui si occupava dei soprabiti, delle giacche, delle borse; lei il motore di ogni dinamica comune. Gisa non chiedeva: comunicava al marito; ed egli prendeva nota delle sue delibere.
«Piero, mettiamo in tavola la caraffa con l’acqua».
«Piero, i tovaglioli questa sera li pieghiamo a cono nei bicchieri».
«Piero, nel frigorifero ci sono gli affettati: prepariamo un bel vassoio. E ricordati di tagliare il formaggio in pezzi più piccini, questa volta…».
Piero eseguiva; senza interrompere la conversazione, rivolto ai suoi amici, muovendosi nella sala per attendere al compito, solo di quando in quando gettando rapide e sapienti occhiate all’occupazione che gli era stata affidata, così da evitare errori.
Le cene a casa di Gisa e Piero erano tutte piacevoli, ognuna contraddistinta da un particolare gastronomico diverso e interessante, o arricchita di una novità da commentare insieme; eppure pervase, accomunate, da questo strano contrasto, non evidente a chi non fosse abituale frequentatore dei due: un intimo e leggero sconcerto, che lasciava comunque in bocca il sapore di un dubbio. Inespresso e inesprimibile.
Gli amici, abituati a tale sensazione, quasi non vi badavano più; anzi avrebbero notato con dispiacere un diverso atteggiamento di lui, che improvvisamente turbasse quello strano equilibrio. Commentavano tra loro con invisibili sguardi e ammiccamenti; oppure vi scherzavano sopra in maniera palese, ma con garbo; per non dispiacere Piero e non offendere Gisa, sempre così gradevole e ospitale nei loro riguardi. Battute educate, figlie di una consuetudine affettuosa e calda; eppure pervase da un’impercettibile malinconia: la situazione era in tutto simile a ciò che, talvolta, accadeva nel segreto delle loro mura domestiche. Con esiti diversi. La reazione di Piero strideva con quella che tutti si riconoscevano nel privato. Uomini o donne, a seconda dei casi.
Piero era mansueto. Non si scomponeva. Restava sereno e sorridente, compiacendo Gisa con gran dignità e senso della famiglia, senza lasciarsi mai sfiorare da una minima ventata di rivalsa, o di amor proprio, e senza perdere mai la propria compostezza gradevole. Come se Gisa avesse la precedenza assoluta, su tutto. Non esisteva argomento di conversazione che lei non potesse arbitrariamente interrompere, con richieste anche banali.
«Piero, verresti a raccogliermi questo straccio da terra?».
Non esisteva fotogramma o scena di film, discorso, storia, tensione drammatica o comica, climax di alcun genere, che Gisa non potesse far cadere con un suo intervento. Senza che, per questo, Piero si scomponesse in alcun modo.
Ciò che rendeva queste situazioni oggetto di conversazione era proprio il suo atteggiamento sereno e sorridente, contrapposto a quello loro, nelle loro case, con le proprie mogli o compagne; mariti o compagni che fossero. In Piero non vi era l’ombra di un'insofferenza malcelata; di un'occasionale ribellione; di quel legittimo desiderio di rispetto, di riconoscimento della persona, che ognuno di loro tentava, rischiando apertamente l’ennesimo acido, e nascosto, litigio. In Piero vi era una consapevolezza silenziosa.
Non era sempre stato così.
Piero era stato, e rimaneva, persona fiera e idealista. Sul lavoro come nelle amicizie. Nello sport, nel gioco e nelle diverse situazioni della vita. Chi di loro lo aveva conosciuto e frequentato sin da ragazzo sapeva bene che con Piero era sempre stato piacevole, ma faticoso, avere a che fare. Determinato, puntiglioso e caparbio. Leale come un libro aperto, ma disposto a tutto il lecito pur di difendere un principio, Piero era sempre stato persona infaticabilmente ricca di parole e argomenti.
Da ragazzi, era l’amico di cui non puoi fare a meno per animare una serata; colui che ha sempre un’idea originale, comunque dinamica, e soprattutto l’entusiasmo, l’energia per sostenerla, contro la pigrizia del gruppo. Difficile rimanere inerti per una intera serata, lui presente. La sua voglia di fare, il suo desiderio di vivere e di sperimentare situazioni nuove, erano sempre stati contagiosi. Li rendeva contagiosi egli stesso, parlando con tutti e convincendo i più restii a muoversi; a partecipare. A lui, talvolta anche ora, si dovevano gite improvvisate, serate spassose in discoteca, feste di compleanno con sorpresa, scherzi salaci fatti in amicizia, per trasmettere l’affetto del gruppo, più che lo scherno.
Ma era nelle discussioni che il carattere di Piero aveva sempre rivelato la sua vera natura. Se un argomento o una tesi gli stava a cuore, o peggio, se una discussione si sviluppava coinvolgendolo, Piero diventava veemente, acceso, all’occorrenza caustico. La sua perseveranza e la determinazione, sfiancanti. Era dotato di un raziocinio lucido e rapido, che sembrava accendersi, sulle questioni di principio. Aveva padronanza di mezzi espressivi, fossero parole, mimica o gesti. I suoi argomenti erano sempre rappresentati, come in un’intima orazione forense, con artifici retorici semplici, ma ricchi di effetto; e chiari, intelligibili. Le sue opinioni sembravano curiosamente inoppugnabili anche quando sbagliate, o impopolari; perché non erano scorrette o offensive. Determinate, sì, ma mai indifferenti alle ragioni altrui. Ragioni che egli contestava passo a passo, pur affermando di capirne i motivi. Fino alla fatica. Fino allo sfinimento.
Sia chiaro, Piero non inseguiva l’interlocutore, se quello non aveva più voglia di misurarsi. Era rispettoso. Ma in piena conversazione non mollava l’osso, fin quando non otteneva ragione. Oppure fino a quando non si convincesse di avere torto. Cosa che ammetteva senza difficoltà, né rabbia, ma forse con l’intima soddisfazione di avere sfiancato l’occasionale interlocutore. Da adolescente, quando ogni discussione pare un affare di stato, perché palestra di crescita e di misura del sé, rasentava a volte l’arroganza. La maturità lo aveva migliorato. Aveva rafforzato in lui l’idea della propria quadratura, rendendo superfluo un continuo banco di prova. Era diventato più difficile coinvolgerlo in discussioni. Ma non meno rischioso.
Quando ciò accadeva, lo ritrovavi idealista e infaticabile come sempre.
Fino a Gisa.
La relazione con Gisella era nata per caso, poco dopo la laurea, durante una di quelle gite che il gruppo organizzava nella bella stagione. Come molte delle storie che sbocciano tra caratteri fieri, i due si erano affrontati, e riconosciuti, in un tremendo litigio d’esordio; una interminabile discussione, esplosa all'improvviso, su argomenti lontani dall’interesse quotidiano.
Era domenica; in giugno. La combriccola seduta su un prato, intorno a un paio di teli imbanditi. Al termine del pranzo, con l’ultimo vino sul fondo dei bicchieri, si erano tutti distesi a guardare le nuvole, un braccio dietro la nuca, qualcuno una sigaretta, gustando la digestione e l’intimità del cielo.
Lei, Gisella, (era una delle prime volte che partecipava) aveva fatto un'affermazione delle sue. Una di quelle frasi, solitamente innocenti, che rompono l'ultimo silenzio di una conversazione esaurita; il concetto che risuona, anziché dissolversi, e talvolta ti lascia interdetto poiché non sai bene, se si tratti di una banalità pazzesca o di una incontrovertibile verità. Qualcosa tipo: «Siamo tutti corruttibili! Ognuno di noi ha un prezzo!». Oppure: «Tutto è relativo; non esiste la verità!». Frasi che Gisa buttava lì quasi casualmente, con il suo sorriso solare e sbarazzino, ma in realtà servivano a calmare la sua inquietudine per un dissenso ricevuto; per un concetto incompreso, o mal gradito da lei stessa, riconducendo ogni idea sin lì sviluppata a un metro imperturbabile. Meno ansiogeno. Quasi giustificativo.
Piero si era rialzato, appoggiandosi su un gomito, l’aveva guardata, gettando via la sigaretta, e aveva mormorato: «Non crederai davvero a ciò che dici?!».
Ne era nata una discussione seria. All’inizio pesata. Poi aspra. Dapprima con il contributo un po’ timido di qualcuno. Poi, quando fu chiaro che Piero e Gisa si stavano affrontando esclusivamente, senza spazio per gli altri, era proseguita nel silenzio generale. Infine, gli amici li avevano separati, intromettendosi, quando i due erano giunti a urlarsi in faccia tutto il proprio disprezzo; la reciproca, assoluta, totale incomprensione.
Gli inviti a non rovinare una così bella giornata avevano riportato la calma, e la misura.
A sera, i due erano rientrati a braccetto, sorridendosi di desiderio, dopo un pomeriggio trascorso in spiegazioni. Tra le risate e le illazioni di tutti.
Non era una sciocca, Gisa, né una superficiale. Tutt’altro. Semplicemente, detestava la solitudine e il senso di angoscia che da essa origina in ogni sua forma, prima tra tutte l’idealismo. Era una bella donna, volitiva e tenera; garbata nei modi e dolce, nella sua caparbietà; ma assolutamente inamovibile sul concetto che tutti si sia accomunati dai medesimi aneliti e difetti, e che non si possa sfuggire a questo dato di fatto, come a un cardine dell’etica e del comportamento. Non detestava l’originalità, o l’idealismo: li considerava inutili. Un esercizio di stile vacuo, da abbandonare ogni qualvolta la vita imponga – come impone – scelte o ritmi. Si riconosceva come parte di una collettività semplice, complice e sottaciuta. Da ciò traeva la sua forza vitale, e una tolleranza innata per ogni errore possibile, suo o di altri, affrancandosi da giudizi di merito, da confronti e, soprattutto, da precetti.
Per lei l’ideale era sempre smentito dai fatti. Viveva con dedizione e spirito pratico ogni sua attività, all’ombra di quest’idea. Lavoro, sport, hobby, casa; riusciva benissimo in tutto, immancabilmente. Con una serenità tutta sua, che sembrava inarrivabile agli altri. Era delicata nei modi e ferma nella cortesia. Tollerante e comprensiva. Aveva sempre una parola buona, per sciogliere una situazione critica; per confortare l’amico o l’amica in difficoltà. Per giustificare una manchevolezza. Solo la ferma determinazione di Piero, e le sue idee originali, la contrariavano, ogni tanto. Ma la vedevi reagire sempre in maniera positiva. «Piero non è diverso dagli altri» diceva spesso, guardandolo teneramente. «Lo conoscete male: gli piace sentirsi così. Vive sulle sue nuvole; ha un caratteraccio. Ma è buono. Soprattutto sa, anche lui, di essere come tutti. Pure se non lo ammetterà mai».
Nessuno si meravigliò, quando Piero e Gisa decisero di sposarsi, di lì a breve. Era una conferma della coincidenza degli opposti, di liceale memoria. Faceva piacere, anzi, notare come Piero fosse diventato protettivo; attento a non eccedere; e come lei fosse serena, e assai più rilassata nei suoi confronti. Certo, ci si chiedeva sempre come facesse Gisa a convivere con l’idealismo di Piero; e quanto a lungo Piero avrebbe sopportato l’idea che quelle di principio fossero considerate, da Gisa, questioni di lana caprina.
Divennero invece la coppia modello, invidiata e amata. Furono, in breve, il riferimento e l’esempio per chi avesse un occasionale problema di convivenza. Si faceva gara a invitarli, perché il loro divertente contrasto, così civile e argomentato, arricchiva la serata ed era un esempio per crescere; per superare le difficoltà di cui è disseminata la vita.
Notarono tutti, dopo qualche tempo, il cambiamento di Piero, impercettibile e progressivo. Notarono che avveniva con lei. E per lei. Silenzioso, equilibrato e convinto, oltre che convincente. Gli dissero, e si dissero, scherzando, che stava decisamente invecchiando. Qualcuno provò anche a parlarne direttamente con lui, in privato, quando la cosa fu evidente a tutti. La risposta di Piero fu enigmatica e discreta: l’amore può cambiare. Poi ci si abituò a questa nuova veste dell’amico, che pure restava fiero e dignitoso. E si cominciò a sorridere del fatto, quando la novità divenne consuetudine. Quando l’interesse di tutti tornò a essere tranquillità. Abitudine rassicurante cui fare riferimento.
Quindi il fulmine a ciel sereno.
Poche telefonate per radunare gli amici a casa di Mario, il fratello maggiore di Gisella. «Corri! – l’invito angosciato - Ti aspetto a casa mia! Non posso spiegarti ora».
L’ultimo ad arrivare trovò gli altri in piedi, nel salone; qualcuno in lacrime silenziose, i visi stravolti. Un’atmosfera di piombo. Al centro del gruppo, nel mezzo della sala, Gisa, seduta, lo sguardo inespressivo, stava dicendo: «…Non ne potevo più. All’inizio era un amore indescrivibile. Strano. Unico. Bellissimo. Ma succede a tutti, così. Forse un anno è durata, la cosa. Poi i caratteri sono venuti a galla. Ed era una discussione continua. Litigavamo su tutto. Su tutto. Dopo due anni, ho minacciato di lasciarlo; di andarmene, e lui è cambiato. Cioè ha deciso di cambiare. Per amore mio, diceva. Per amore mio… Mai più una critica; mai un diverbio; mai un dissenso, un'impuntatura, un’opinione diversa. Mai più. Per me è stato peggio di prima. Una sorta di punizione. Un incubo. Ho cercato di fargli capire, a quel punto, che stava diventato noioso. Lui, nulla: nessun cambiamento. Diceva di sì. Sempre di sì. Accettava tutto. Ho cercato, di stimolarlo. Di fare in modo che tornasse a dire la sua, su qualcosa; che si esprimesse. Più di una volta. L’ho provocato. L’ho insultato. Nulla. Ho provato anche a ingelosirlo, per scuoterlo. Lui sempre uguale, però. Sempre dolce e comprensivo. Attento e consenziente. In qualsiasi occasione. E calmo. Sempre calmo. Sereno e calmo. Mi sentivo un’incapace totale. Ogni litigio era mio; ogni decisione era mia; ogni sbaglio era mio. Senza che lui dicesse mai una parola fuori posto, o perdesse mai la calma; senza che criticasse mai. Senza una sfuriata della sue, mai. Ve le ricordate, no? Non più una contraddizione; nulla! Gli ultimi tempi io non dormivo più, se non con i sonniferi. Mi sembrava di impazzire, ogni volta che lo sentivo rientrare in casa. Avevo voglia di scappare. Ho pianto da sola ogni lacrima che avevo. E poi la rabbia. La rabbia. Solo rabbia. Alla fine, la rabbia. Ieri sera, si era appena addormentato, ho preso un coltello e l’ho ucciso».
*
Il referto autoptico ha stabilito che la morte di Piero è stata causata da due delle sedici coltellate che l’assassino ha inferto con furia inconsulta: le due che hanno raggiunto direttamente il cuore.
Non è tutto.
Il referto rivela che, poche ore prima di essere ucciso, Piero aveva ingerito un intero flacone di barbiturici, con l’inequivocabile intento di togliersi la vita. La morte per i barbiturici sarebbe, comunque, sopraggiunta di lì a poco. Si presume che non abbia sofferto e che per effetto dei farmaci non si sia accorto di nulla.
Il flacone vuoto è stato ritrovato in una delle scarpe del defunto, ordinatamente riposte prima di coricarsi. Le uniche impronte digitali rinvenute su di esso sono quelle della vittima.
Il giorno successivo è giunta al loro domicilio una raccomandata, scritta da Piero (conferma il perito) due giorni prima. Conteneva il seguente messaggio, vergato in stampatello senza alcun segno di interpunzione:
Non si può essere più fedeli ai propri principi Piero
Roma. Stazione Termini. Ore 17:05. Moltitudine umana vociante in movimento. Onnidirezionalità imprevedibile, in flussi costanti. Intermittenze luminose, ripetute. Policromia elettrica. Acrilica. Aria fredda, umida di pioggia trascinata all’interno, sull’immenso piancito. Rifrazione di suoni accavallati. Richiami. Frammenti di conversazione. Annunci di treni in partenza e numeri di binari. Sonorità successive che rimbalzano, si allontanano, navigando lo spazio monumentale dell’atrio. Movimento perpetuo collettivo. Brulicare di percorsi, che s’incrociano, e s’intralciano, in casualità babelica.
Io atomo nel brodo primordiale.
Mi si avvicina in rotta lenta di collisione, parlando tra sé ad alta voce, apparentemente assorto, evitando passanti, nella folla che si muove in tutte le direzioni. Quando mi è quasi davanti, come interrompendo un flusso di pensieri, alza lo sguardo verso di me; istantaneamente mi sceglie e dice:
“…Non è per caso diretto a Milano, lei?”
Arresto il passo; metto dritta la valigia che sto tirandomi dietro e lo guardo.
E’ ben vestito. Indossa un lungo cappotto di cachemire grigio fumo, sbottonato in alto per fare posto a una sciarpa turchese molto ampia, anch’essa di lana pregiata, avvolta intorno al collo in modo soffice; stylé. Calza scarpe di cuoio marrone, di ottima fattura, il cui punto di colore è il medesimo della 24 ore di pelle che stringe nella mano sinistra, lungo il fianco. Con la mano destra gesticola, garbatamente, nello spazio tra noi; le dita ad accompagnare le parole con piccole mosse di senso, quasi disarticolate. Ha un viso grande. La pelle è curata, soffice, e rivela una cinquantina di anni di attenzioni. Gli occhi sono azzurri limpidi e attenti. Ha una capigliatura folta, grigia, di media lunghezza; lavata da poco, ariosa e morbida, tanto da richiedere spesso il riavvio di un ciuffo che cala davanti agli occhi, a ogni movimento del capo. Al suo collo sottile si accompagna una camicia nuova, di ottimo cotone celeste chiaro cangiante in bianco, quasi perlata; stretta da una cravatta di seta blu marina, che brilla alla luce delle lampade di stazione. Il tono di voce è garbato, non squillante ma sonoro; impostato. Si distingue bene, nel brusio chiassoso e frastornante. Ha un’inflessione milanese. Si esprime in italiano forbito; ottima dizione.
“No, sono diretto a Parigi” rispondo.
“A Parigi? Ah, Parigi! …Bien! Be’, solo per dire. Peccato lei non vada a Milano. Quindi non prende il Freccia Rossa. A Parigi… Sì, a Parigi mi appoggio alla Galérie ….court e ho degli agganci molto seri e duraturi con la Salle de …mont”.
I due nomi, che pronuncia come seguitando la precedente riflessione, risultano incomprensibili.
Prosegue: “Sì. Sono, ma è un’orribile definizione, sono un mercante di arte…”.
Abbassa lo sguardo e punta un dito, senza toccarmi, sul risvolto sinistro della mia giacca, dove è appuntata una spilla che riproduce una chitarra acustica.
“Musicista?” dice, alzando di nuovo lo sguardo verso di me.
“No, non sono un musicista” rispondo pacatamente.
“Mi sono permesso perché ho visto la chitarra. Lei sa, ci sono molti musicisti che preferiscono la ferrovia all’aereo, per trarre ispirazione dal rumore ritmico…”.
Lo guardo, tacendo.
“… Mi ascolti; se la cosa non disturba, posso sapere qual è il suo ramo? Ecco, sì, di cosa si occupa? Non mi fraintenda: nous somme …, la quelle,… à bien voyer toutes le choses, … parce que … si on fait de …”.
Proseguo a guardarlo ma non capisco ciò che dice: almeno metà della frase è fatta di parole incomprensibili, pronunciate di corsa.
Lui insiste, imperterrito; garbato: “Mi sono espresso in francese perché tra noi, uomini di mondo, ancora lo si parla un po’; ma le stavo dicendo che sarei interessato, se non sono indiscreto, a sapere in quale ramo lei svolge la sua attività. Non deve pensare che io voglia…”
Istantanea luce: se non fornisco una risposta, il tizio proseguirà a parlare.
“… cioè, lungi da me l’idea di volere insistere se mai lei…”.
“Sono uno scrittore” taglio corto, mentendo.
“Oh, lei scrive? Non mi dica! E cosa scrive? Sa, io conosco diverse persone che… Ho molti amici, intendo, scrittori e giornalisti, che si sono rivolti a me per i loro investimenti in arte, visto che, sempre per non dire, a Firenze opero in sinergia con l’atelier …eschi. Lei sa di cosa parlo, immagino. Una delle migliori gallerie in assoluto! E, di grazia, qual è il suo nome? Intendo dire, la conosco? Lei deve essere una persona famosa, quindi. Sa, si potrebbe…”.
Rispondo un’altra volta senza attendere una pausa che non verrà: “Il mio nome non è ancora famoso”.
“Ah sì? Be’, in effetti lei sembra una persona assai determinata. Uno che sa il fatto suo. Perché oggi se non si perseguono con caparbietà assoluta i propri obiettivi non… insomma, lei ancora non è famoso. Ecco, se alle volte volesse considerare…(attimo di silenzio). Con le conoscenze che ho accumulato in una vita di lavoro… (si schiarisce la voce). Tuttavia, in questo momento mi trovo a fronteggiare un disdicevole inconveniente, poiché ho perduto mezz’ora fa il porta-documenti con tutto ciò che conteneva. La cosa mi sta bloccando qui, in questo girone dantesco. Perché questa non è una stazione, ah no, caro lei! Si ricorderà come era bello viaggiare in treno, una volta; altro che! Oh, la prima classe di un tempo non si batteva. Era … (si guarda in giro). Ma ecco, lo so bene: lei sta per suggerirmi di rivolgermi alla polizia. Cosa che certamente ho già fatto. Come mancare? Ho qui nella cartella la copia della denuncia. Il fatto è che ora, senza carte di credito né contante, non riesco a muovermi da qui, sa? Neanche una telefonata riesco a fare. Se lei quindi potesse prestarmi, che so io, una cinquantina di euro…”.
Lo interrompo, prima che finisca.
“Guardi, mi dispiace. È capitato male. La realtà è che sono cassintegrato, senza lavoro. Non navigo nell’oro e non la posso aiutare”, dico mentre cerco di svincolarmi.
“Cassintegrato? Oh. Di quale azienda?”
“Alitalia” rispondo istintivamente. Intanto recupero il manico della valigia e riprendo lentamente a camminare nella folla. “Arrivederci”.
Lui mi si affianca. “Alitalia? Mbe’? Vi hanno pagato, e vi hanno pagato pure bene; no? Non mi dica che se la passa male, perché non le credo. Il fatto è che io, sarò sincero, mi trovo un po’ in difficoltà; devo fare, ahimé, i conti con dei mezzi limitati. Purtroppo la contingenza…”.
Mi blocco, lo guardo negli occhi “Amico mio” dico seccamente, “non è aria. Sono cinquant’anni che navigo in questa vita e che per lavoro vedo gente di tutte le risme. Non insista. Non è cosa”. Dopodiché mi riavvio, con passo più deciso.
“Cinquant’anni? Ma davvero? Non l’avrei mai detto!...” insiste, affiancandosi di nuovo. “…Li porta benissimo. Dicono che il volo faccia invecchiare la pelle, ma non è proprio il suo caso. Perché lei volava, vero? Sì, si vede. Pilota? Certo, una fortuna la sua. L’aspetto, intendo. Quando ci si trova in cattive acque alla nostra età le cose cambiano; si fanno più difficili. Un bell’aspetto come il suo indubbiamente…”.
Mi fermo. Mi giro. Lo affronto in silenzio. Lui si blocca. Ma subito riprende: “Ascolti, ho sbagliato un investimento, lo ammetto. Ma ora ho, come si direbbe tra noi, il ‘cavallo giusto’ su cui puntare. Se non trovo quel minimo credito che non si rifiuta neanche a un mendicante, ecco…”.
“La faccia finita…” gli dico a voce bassa, secca.
Lui prosegue: “ … sono davvero in gravi difficoltà…”.
“…e mi lasci in pace” insisto. “Io non sono il suo tipo. Aria!”
Accompagno l’espressione con un brusco e misurato gesto della mano. Mi giro e me ne vado.
Questa volta non m’insegue, ma continua a parlare, fermo dov’era. Distinguo la sua voce tra la folla, mentre mi allontano: “Si tratterebbe di una miseria. Cinquanta euro. Roba da pezzenti. E’ stata solo sfortuna, la mia. Parbleu! C’est incroyable!…”.
Poi il tono di voce cambia: “È per caso diretto a Milano, lei? … ” e lo sento allontanarsi.
Mi dirigo verso uno dei numerosi bar. Scuoto la testa, ripensando, mentre mi avvicino alla cassa. Ordino un decaffeinato. Pago. Ritiro lo scontrino. Mentre ripongo il denaro ricevuto come resto, mi sento apostrofare da una voce bassa di donna: “Chiedo scusa. Mi vergogno molto, ma ho fame. Potrebbe offrirmi un sandwich?”
Mi volto a osservare la donna bassa al mio fianco. Avrà una sessantina di anni. Ha un cappotto vecchio e rovinato dall’uso, che tiene chiuso con entrambe le mani, congiunte davanti al collo.
Non mi guarda. Fissa il bancone dei panini, luminoso, davanti a sé.
Senza alzare gli occhi dal cibo, prosegue: “La prego di scusarmi: ho molta fame. Può aiutarmi per questa sera?”
“Mi dica”, mormoro.
“Mi basta un panino con un caffè”.
Ordino il panino e la bevanda. Mentre pago, le porgo lo scontrino e un biglietto da pochi euro, ripiegato, facendo attenzione a non essere visto da altri.
“Grazie infinite”, mi risponde lei in un sussurro, prendendo con delicatezza il denaro senza mai alzare lo sguardo.
Poi si allontana da me.
Bevo il mio caffè guardando fuori dal bar.
Folla che brulica indifferente e impazzita, in un’ora di punta, alla stazione Termini di Roma, nel giorno di Santo Stefano dell’anno 2009.
Un'opera cardine per lo studio della nostra letteratura. Il valore e le qualità di questo saggio, a partire dalla purezza lineare della lingua con cui è scritto, sono importanti al punto di rendere superfluo ogni commento e ogni critica....
Magnifico, il mio primo Faulkner. Stupefacente. Ho dovuto accettare il suo stile, il suo stream; assecondare la scrittura con dolcezza (non correre; in qualche caso aiutarmi mormorando ciò che leggevo; trattenere la voracità. Ascoltare)....
Per chi alto vuole mantenere il fondo dei propri ragionamenti
«Permettetemi di darvi un suggerimento pratico. La letteratura, la vera letteratura, non deve essere tracannata come una pozione che può far bene al cuore o al cervello --- il cervello, lo stomaco dell'anima. Bisogna prenderla e farla a pezzetti, smontarla, spiaccicarla --- ed allora il suo amabile profumo si farà sentire nel cavo del palmo, e la sgranocchierete e ve la farete passare sulla lingua con godimento; allora, e solo allora, la sua squisita fragranza potrà essere apprezzata nel suo vero valore e le parti frantumate e schiacciate torneranno ad unirsi nella vostra mente e riveleranno la bellezza di un'unità alla quale avrete contribuito con qualcosa del vostro sangue». Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa (citazione raccolta sul blog NonsoloProust)
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