venerdì 2 luglio 2010

Dodici - Segreti




Segreti



Da piccola era vivacissima e allegra. Le piaceva giocare sopra i fogli larghi di un giornale spalancato sul letto matrimoniale. Il cricchiolio improvviso e secco dei suoi stessi movimenti bruschi la faceva ammattire: girava su sé stessa con scatti ripetuti, fulminei, a caccia di fantasmi.

Al minimo rimestare di stoviglie, abbandonava ogni occupazione e correva come un'ossessa per il lungo corridoio di casa, fino alla cucina. Abitudine che poi ha mantenuto, seppure con un trotterello più adulto e compassato. Negli ultimi tempi aspettavamo pazientemente, a lungo, prima di vedere il suo muso spuntare nella luce della porta di cucina. Ma non demordeva.

Non ha mai parlato molto. In lei prevaleva la discrezione di chi non ha un "pedegree".
I discorsi maggiori li ha sempre tenuti alla vista di una fetta di fegato, o prima di acciambellarsi su un letto. Ma i suoi occhi parlavano il silenzio. Con essi criticava, blandiva, rispondeva, annuiva, ammoniva, esortava. O chiedeva. Quando la chiamavi, nominandola con affetto, li socchiudeva fino a farne due fessure, prima di inarcare il collo sotto una carezza.

Era discreta, educata, elegante, pulita e silenziosa.
Era decisa, affettuosa e tenera.
Era calda sui piedi, in fondo al letto. O sulle ginocchia, mentre guardavi la televisione, a sera.
Partecipava.
Solo se qualcuno accendeva una sigaretta, si allontanava.

Ogni ora del giorno aveva per lei un angolo di casa, un tappetino o una sedia; un buco, un anfratto, un letto o un cuscino. Senza preferenze. Era sempre nell'angolo più ventilato, d'estate, quando l'afa incolla ogni cosa; dormiva con un punto di lingua rossa fuori dal nero dei baffi, per mantenere costante la temperatura corporea. Nelle sere fredde d'inverno, invece, si accoccolava sul marmo, a tre quarti del salone, là dove passavano i tubi del riscaldamento.
Impiegammo anni a capirlo.

Era sempre il primo «Buongiorno», al mattino; un allegro e gentile birignao dalla sedia, di fianco alla porta di cucina, per chiunque di noi entrasse, assonnato, alla ricerca di caffè.

Era egoista e ruffiana, nonché ladra e opportunista. Sapeva i nostri limiti e come superarli. Non si lasciava scappare quasi mai una cartata di carne, o di affettato, abbandonata incautamente sul tavolo della cucina. Ma si guardava bene da tentare il colpo, se solo percepiva un po' di fermento tra noi, la fretta di un preparativo concitato o un po' di nervosismo nell'aria. Puniva solo le nostre vere distrazioni; che so io, l'innocenza di una telefonata improvvisa, che ti fa lasciare le cose a metà e raggiungere di corsa il telefono di casa. Scoperto il furto, facevamo voce grossa e sgomenta. Lei, sapendo, a quel punto scappava a nascondersi. Ma lasciava sempre in noi l'impalpabile vuoto di un vago scorno: l'averci previsto.

Era signorile e snob. Preferiva i divani di pelle a qualsiasi coperta di lana. La sera, noi tutti intorno a un film, ti chiedeva con un colpetto di zampa di lasciarle il dondolo di vimini, al centro tra i divani, e quel cuscino di seta sul quale acciambellarsi lentamente, soddisfatta della nostra considerazione.
Era solitaria e riflessiva. A volte avresti giurato di vederla pensare con malinconia alla libertà, e al brivido oltre il terrazzo, lo sguardo perso nel vuoto di una finestra aperta.

Era tutto questo.
O forse era solo la nostra gattina, come i gatti che migliaia di esseri umani hanno per casa e amano. Noi, come tutti, credevamo fosse unica, e alla sua rassicurante naturalezza raccontavamo segreti.

Sta di fatto che da ieri non c'è più.
E questa cosa ci fa marcire di rabbia e di dolore.
E accresce le nostre solitudini.


Roma, 23 giugno 1989



martedì 8 giugno 2010

Undici - Anno nuovo





Anno nuovo



*

Buio.
Dove sono? Albergo! Sì, albergo. Executive. Milano. Due... tre, sette. 237.
(Mi giro nel buio – allungo una mano).
Comodino. Telefono. Telecomando. Orologio. Sigarette.
Orologio.
07:29.
Sette e mezza. Merda. Riuscissi mai a dormire un po’ di più!
Orologio. Posacenere. Accendino. Manopola. Pulsanti.
CLACK!
(Gingle)
«Rai, giornale radio,GR2»
(Gingle)
«Signore e signori buongiorno e buon anno da Cesare Palandri e tutta la redazione del gierredue radiomattino. Iniziamo la nostra rassegna di notizie, come consuetudine ogni primo di Gennaio, con il resoconto dei  festeggiamenti...».
…   
«…notte scorsa. Capodanno millenovecentonovantotto abbastanza tranquillo. In calo il numero dei feriti da fuochi artificiali, anche se registriamo, purtroppo anche quest’anno, due morti...».
«…Napoli e Ancona».
«...Colleghiamoci subito con le nostre redazioni di...».
...
«...dissuasi dal maltempo...
...Angelus in piazza...».
...      
«...Paolo secondo...».
...
...«Concludiamo con l’oroscopo di Linda Wolf. Ariete (voce di donna)».

Comodino.
Orologio.
07:55. 
OK, mi alzo.
Vago senso di nausea.
(sono seduto sul letto)
Aria viziata. Bocca impastata. Amara. Disgusto. Sonno insufficiente. Lo spumante da due lire. L'aria condizionata, arida. Troppe sigarette. Troppa TV, sparata al buio, prima di chiudere.
Capodanno da solo in albergo, steso sul letto a contare giri di fumo. Le facce di quegli scemi per forza: «Tre...Due...Uno... Millenovecentonovantotto!...».
Nausea. 
Se solo Massimo non avesse cambiato programma all’ultimo istante...

(Sette di sera. Mi sto legando la cravatta e faccio smorfie allo specchio. Trillo improvviso; fastidioso, nel silenzio ovattato).
«Ciao Gianni, sì sono Massimo; 'scolta: noi siamo in macchina...» (Marcato milanese. Risate scomposte). «'Cazzo fai?! Di là dovevi andare! Sì Gianni, scusa, èccomi. È che qui siamo già belli carburati, capirai! 'Scolta, abbiamo deciso all’ultimo: andiamo tutti da mio cognato, su, al lago Maggiore. Tu che fai ci raggiungi? …No, non più a casa mia, no. Andiamo fuori. Be’, poi lo troviamo chi ti riporta... Madài, sùpera il nonno, falla camminare 'sta vasca !...» (Ancora risate, altre voci)   «…Dicevo che poi lo troviamo qualcuno che torna a Milano... Come sarebbe ‘l'aereo alle dieci e mezza’? Così presto? Eh, ma allora... Sì, va bè, però… Mi spiace, cazzo, sono stato io a dirti... No, no, ma che dici, non me la prendo, capisco. Anzi : non prendertela tu! In fondo noi... Ma tu proprio a quell'ora lì devi partire ?...». 

La cravatta dev’essere ancora vicino al telefono.
Perché aspettare la mezzanotte sveglio, poi? Meglio dormire.
Che altro? Leggere un libro? Mi veniva sonno e via.
Oh sì, la notte di Capodanno!
Bah, meglio che spiattellarmi gli occhi con la TV!
Ma lo capisco solo ora, che la testa mi pesa. Se la muovo è una scatola vuota, di piombo. Che duole.
Tutto eh: l’ho bevuto proprio tutto. E non era neanche buono.
Disgusto.
Ok, mi alzo.
(sono in piedi a tentoni nel buio). La tenda.
Apro la tenda.
Diafano grigio uniforme.
Spalanco la finestra.
Piove, paro e freddo.
Cioè Milano.
Lontano, sopra le case, il ‘Pirelli', fantasma scuro dai contorni indistinti. Inquietante, in lattigine immobile.
Strano silenzio Via Sturzo deserta, qui sotto.  
Vuoto tagliato di nero dai fili del tram. Non si notano mai i fili del tram, quando le macchine sfrecciano, o quando si ammassano tutte a scatti nevrotici, per aggredire il semaforo.
Di là della strada l'androne surreale della stazione Garibaldi. Una sola persona, un cinese, consulta il tabellone degli orari dei treni. Sembra un cinese. Spicca il blu dei suoi jeans nel cupo di grigi e marroni.
Non un rumore.
Non un movimento.
Si sposta soltanto il vapore del mio respiro. L’aria gelida (per altro piacevole) lo ricaccia dentro la stanza alle mie spalle. 
Mi volto. Mani sui reni. Dolore sordo. Respiro profondo. Letto troppo morbido.
La cravatta è lì, vicino al telefono. Sotto il vuoto verde e oro dello spumante.
Trascino i piedi verso l’interno.
Lampo d’intuito: gli acari della moquette scombussolati dal mio alluce trascinato. Kafkiano. Brivido di schifo.
Scatti metallici di neon. Paziente attesa forzata e… luce del cesso.
…
Doccia calda.
Formicolio di sollievo dei muscoli torpidi.
Mi asciugo.
Cerco novità nello specchio. Mi rado.
Mi vesto. Due ore e si parte.
Lavoro di merda.
Esco a cercare un po’ di caffè.

L’unico bar aperto è in stazione. Attraverso la strada senza guardare. Entro in stazione. Passo davanti a un enorme albero di Natale, eretto nell’androne principale, di fronte alle biglietterie chiuse; luminoso intermittente; squallido e isolato, come una menzogna scoperta nel silenzio che la segue. Una voce femminile metallica annuncia i primi treni per Lecco e Sesto S.Giovanni. Il cinese è scomparso. Ma era un cinese? Non c’è anima viva. Non un macchinista, non un passeggero, un saccopelista, un barbone. Nessuno. Entro nel bar.
Una donna magra, cinquantina portata male, capelli grigi corti, incolti, occhio strabico che mira da un lato, esce da una porta dietro al bancone di mescita. Ha il grembiule macchiato, le mani nodose, tumide di detersivi; odora di fumo, si sente da qui. Mi accoglie con un mormorio; prepara e mi serve un caffè lungo e un cornetto. Esige subito il pagamento e sparisce, là da dove era comparsa.
Sono di nuovo solo.
Saluto ugualmente, uscendo.
                               
**

Alle 8:37 il ragioniere Golelli, 35 anni, uscì dall’Hollywood in Corso Como, barcollando leggermente, per raggiungere la macchina parcheggiata. Si passò una mano sulla stempiatura precoce. Respirò profondamente.  
Ok. Fine della festa.
Diversa da come si aspettava. In fondo piccola, la discoteca; troppo caldo; troppa folla. Volume troppo alto.
Con gli amici di sempre. Biagio, Chiara, il Biro, Giorgio e Alessia, Gianna e Lello. Alessia sempre inseguita dalle sue morbide forme, sode, tondeggianti; stasera strette in una gonnellina corta, di paillettes, che dietro ondeggiava insolente, a ogni passo.
Per la prima volta tutti in un locale, anziché i soliti tombola e mercante in fiera. Un evento. Non un posto qualsiasi, no: una discoteca famosa. Conto salato. Gente elegante. Mondanità. Molta gioventù ‘bene’ di Milano. Qualche viso noto. Pieno di belle donne.
Già. Belle donne.
Aveva qualcosa da raccontare, in azienda.
Immaginava la faccia di Baretti, il caposervizio, che chiede, ma dissimula interesse. Capodanno in casa, quello del Baretti, da sempre. Moglie, suoceri e genitori anziani… «Che donne!» gli avrebbe detto. «Sembrava si fossero date raduno lì! Quelle che vedi solo sui giornali, hai presente? Giovani, fresche, allegre. Un piacere, Baretti, credi a me!».
Un fremito di freddo lo riscosse dall’immagine di Baretti, e dal racconto. Stava camminando in mezzo alla strada. Corso Como deserta. Stranissima sensazione. All’arrivo aveva dovuto girare molto, per trovare parcheggio. Si diresse verso l’hotel Executive, Via Sturzo, per raggiungere l’angolo di Via D’Azeglio. Si era guardato bene intorno, stanotte: che nessuno lo vedesse scendere dalla vecchia Fiat Uno rossa, scolorita. Girò a sinistra, sotto i portici. Si accorse che non stava più prendendo acqua. Tornò a passarsi una mano sulla fronte, e sui pochi capelli. Erano bagnati. Gettò un’occhiata verso la strada. Pioggerellina. Al Biro avrebbe telefonato più tardi.
Il movimento del braccio gli restituì una folata umida di profumo femminile. Si annusò la mano destra. Shalimar. Guerlain.

Saranno state le tre. Festa ancora in pieno svolgimento. Biondina. Sì e no vent’anni. Aveva certamente bevuto. O forse (più intrigante) una pasticca. Sì, aveva notato anche lui degli strani movimenti vicino ai bagni.
Patrizia.
Nome falso, forse. Ci aveva pensato troppo.
Se l’era ritrovata tra le braccia, in uno di quei momenti in cui la massa sbanda, perché qualcuno fa il pirla. L’aveva aiutata a rialzarsi, le braccia sotto le ascelle nude e calde, la mano destra su un seno morbido piccolo e sodo. Un abitino da sera leggero e Shalimar di Guerlain. Quel “classico” che addosso a una ragazza giovane ti confonde, ti fa diventare matto. Pensieri lascivi sulle pieghe del corpo di lei. Che intanto gli chiedeva da bere.
Luigi Roncini, per tutti il Biro, farfugliava di macchine al bar con quattro distratti. Non si accorse nemmeno del loro passaggio, peccato. In ufficio sarebbe stato un testimone prezioso. Biagio, Chiara, Giorgio e Alessia erano già via - beati loro - a finire di festeggiare in casa. Gianna e Lello ballavano. Lontani.
S’era fatto coraggio. Cuore imballato. L’aveva fatta bere, forte, ridendo; facendola ridere. C’era riuscito, proseguiva a dirsi. E si guardava intorno, a vedere se qualche uomo venisse a cercarla. Poi aveva ordinato un altro giro, perché: «Non ci siamo ancora scambiati gli auguri!». Non era riuscito a pensare a nulla di meglio. Auguri. Giù. Lei tutto d’un fiato. E di nuovo a ballare, vicini nella calca, parlandole all’orecchio - «Mi chiamo Giacomo!» - per sovrastare il frastuono. Il naso nei capelli e sul collo di lei; le mani ai lati del seno, là dove finisce il vestito e gli indici sfiorano pelle. «Sei molto bella!».
Lei sempre sorridente, forse inconsapevole, ora certamente ubriaca, quasi automatica nei movimenti del corpo. Le lunghe gambe tornite, fasciate di nero trasparente e costoso; ferme sul posto e sui tacchi di raso scuro. Solo il bacino in movimento, e le braccia; gomiti stretti sui fianchi.
            Poi era arrivato lui. Uno e novanta. Un bel vestito di firma, camicia chiara, dal collo evidente, marcato; senza cravatta. Gel sui capelli corti; attaccatura bassa sulla fronte abbronzata, neri. Tutti. Sguardo tra l’intenso e l’imbecille. Sorriso stampato tra due pieghe studiatamente amare; ore di prove allo specchio. Si era infilato tra loro, dandogli volutamente le spalle, per escluderlo senza parlarne nemmeno. L’aveva cinta alla vita e maltrattata con ritmo per qualche secondo, bacino contro bacino. Quindi era giunta un’amica di lei, per dirle qualcosa all’orecchio, indicando se stessa sul seno e poi il ganzo. Patrizia aveva spalancato gli occhi inespressivi con meraviglia, poi rovesciato indietro la testa e si era offerta a un bacio impudico e masticato del tipo, che un attimo dopo le aveva portate via entrambe.
Via. Dal locale.
            Giacomo li aveva seguiti con gli occhi, immobile nella calca, fino a vederli uscire. Poi s’era annusato la mano, per sentire il profumo di lei, cercando all’intorno: dov’era finito il Biro?
Il Biro, era ancora al bancone del bar. «Ehi! L’hai vista?» gli aveva detto, dopo averlo raggiunto.
            «Cosa?» aveva urlato quello, in risposta.
            «La bionda che ho rimorchiato!».
            «Dov’è? Ma che dici? Ma va! Non prendermi per il culo!».
            «Ma no, sul serio! Si chiama Patrizia! Dai, non l’hai vista?».
            «Golelli, non fare il coglione: dove sarebbe la bionda?».
            Non aveva esitato che un attimo: «Non ho tempo, ti dico! Sto uscendo. La porto da me!».
            La faccia sgomenta e sorpresa del Biro. Solo quella avrebbe raccontato poi a tutti.

*

Il tempo sembra assumere un senso solo in queste occasioni. 
Festeggiare cosa?
Si festeggia per non fermarsi a contare!
La confusione, tutti insieme. Alcol. Cibo. Fumo. Allegria di prammatica. Voluta a ogni costo. Ci si confonde sugli anni con un rito immutabile. Illusione di invariabilità. Eternità fittizia.
Perché si festeggia il capodanno? Se Massimo non avesse cambiato programma all’ultimo istante, avrei affogato nella baldoria i miei conti.  Che invece ho fatto, e rifatto, steso sul letto. Con lo spumante. Solo.

Era stata Laura a convincermi, mio malgrado, con la sua voce un po' petulante: «Lavori anche il primo dell'anno? Ma dài! Va be’: vieni ugualmente, no?! A casa di Franco si sta bene. L'anno scorso c'era pure un po' di robina. …Non importa se non conosci nessuno. Guarda che a Milano non siamo mica marziani! …Ma che sei matto? Da solo? Nooo, da soli mai! Si deve fare casino, a capodanno! Ma pensa che tristezza: tutti festeggiano, in tutto il mondo, e tu da solo, a fare una cena normale! E poi voglio vedere chi te la dà, una cena normale, alle otto di sera del 31 dicembre! E magari te ne vai a letto e leggi un libro! Dài dài dài: dico a Massimo che ti venga a prendere».
Non c’è cosa che io detesti più di una aspettativa delusa. Preferisco ammazzare il desiderio, prima ancora che generi attesa.
Salgo le scale del sottopassaggio. Qualche goccia di pioggia sugli ultimi gradini. Il caffè era bruciato. Aveva un gusto pessimo.
I portici davanti all’albergo.
Non c’è proprio nessuno.
No. Qualcuno arriva. Barcolla. Ha bevuto anche lui. Vestito da sera, chissà da dov’esce. Sorriso un po’ scemo. Ma no: felice. Che ore sono? Le otto e quaranta. Bella la festa eh? Beato te, che sei stato con gli amici e ora te ne vai a dormire contento!
M’accendo una sigaretta. Lo guardo passare. «Buon Anno» gli dico.
Mi guardi? Che guardi? Rispondi, imbecille, è un augurio!
Nulla.
Ma sì, che te frega? Ti sei divertito. Sei a casa. “Chissà cosa vuole ‘sto scemo” ti starai chiedendo. Hai ragione.
Lavoro di merda.

**

Era entrato in macchina intorno alle 3:30, e aveva deciso di cambiare parcheggio; di spostarsi un po’. Un giro di quartiere. Un posto che si libera in una via traversa.
Due manovre.
E di nuovo silenzio.
Il ticchettio del portachiavi che finisce di dondolare.
Abbassato lo schienale del sedile di guida, si era steso. Aveva preso la fiaschetta del whisky dal cassettino portaoggetti e aspirato due profonde sorsate. Inghiottite con un leggero colpo di tosse, aveva atteso che facessero effetto.
Però, carina la tipa! Golelli, ci sei andato vicino, aveva pensato tra sé. «Certo: non ci fosse stato il ganzo…». Aveva pronunciato questa frase piano, accendendo la radio, il braccio steso con un leggero sforzo di addominali. Sintonizzata una stazione con musica classica, a basso volume, aveva chiuso gli occhi. Gli fischiavano le orecchie. Troppo alto il frastuono, in discoteca.
Gli tornò in testa la serata dell’anno precedente. Casa di Alessia. Una decina di persone. Le lenticchie di Chiara, a mezzanotte: insuperabili, come ogni volta. Si era poi giocato a carte, in allegria; e tirato l’alba in conversazioni sommesse, simpatiche e soddisfatte. A tratti anche tènere, a ricordare l’amicizia di una vita; tanti piccoli episodi che costruiscono l’affetto. Quest’anno invece niente lenticchie. Cena in piedi: pasta al salmone in piatto di plastica, spumante e dolce. Addio tradizione. Niente piccoli episodi. Nessuna scansione dell’affetto.

Quando riaprì gli occhi aveva la bocca impastata e sentiva freddo. Sì scosse e si massaggiò le braccia, una con l’altra. Diede un’occhiata all’orologio da polso: le 7:35. Scese dall’auto e si avviò di nuovo verso la discoteca, rassettando gli abiti. All’ingresso mostrò il biglietto a una ragazza semi-addormentata. I buttafuori non c’erano più. Dentro, la musica andava ancora. Meno gente. Riconobbe uno degli interlocutori del Biro, disteso su un divano, che dormiva a bocca aperta. Una donna al suo fianco gli carezzava la testa con una mano e si guardava le unghie dell’altra. Ordinò un Bloody Mary. Aveva sete. Poi un altro. Aveva anche fame. Salutò con un gesto Gianna e Lello che, a distanza, recuperati i cappotti, si avviavano all’uscita. Lello  portò una mano di fianco al viso, pollice e mignolo distesi, le altre dita raccolte: si sarebbero sentiti per telefono. Con la stessa mano fece ciao ciao anche lui, prima di voltarsi e uscire. Del Biro nessuna traccia.
Prese a conversare con il barista, che stancamente riordinava il bancone e asciugava bicchieri.

Quando uscì, intorno alle 8:30, sentiva la testa pesante. Si passò una mano sulla stempiatura precoce. Si accorse di barcollare. Respirò a fondo. 
Ok. Fine della festa.
Fece qualche passo in mezzo alla strada deserta. Poi infilò i portici di Via Sturzo, verso la macchina, e s’immerse nei pensieri. Poco dopo, lontano davanti a lui, scorse una figura. Un uomo alto, vestito di scuro, con un cappello militare. Il portiere dell’albergo? Gli era sempre più vicino. No. Strano abbigliamento, però. Forse un pilota.
Sì un pilota.
Beato te, pensò osservando il tipo. Bella vita, la tua. Festeggiato il Capodanno, chissà dove te ne vai, ora, eh?...
Passò oltre, cercando con le mani in tasca le chiavi della Fiat.

***

Elisa si asciugò le mani, tornando nel retrobottega del bar. La sigaretta fumava ancora nel posacenere. La prese per un ultimo tiro avido, prima di schiacciarla, e si sedette di nuovo davanti ai fogli sparsi sul tavolo, pieno di briciole. Con le 40.000 lire guadagnate quella notte avrebbe pagato la bolletta della luce. Ma era nuovamente senza lavoro e, sola, non avrebbe saputo più a chi chiedere…





sabato 22 maggio 2010

Dieci - Estate 1972





Estate 1972


Usciva in barca tra le cinque e le sei del pomeriggio, quando il sole comincia ad allungarsi sul mare e il caldo della giornata si addolcisce un po’, per via della brezza. Non a un’ora precisa, ma a una precisa sensazione del giorno. Entrava in acqua senza quella esitazione di freddo, che io provavo sempre; e calpestava a piedi nudi rocce e sassi come fossero sabbia.
Interrompevo il mio gioco, spesso richiamato dagli altri, per osservarlo partire.

Caricava poche cose sul gozzo di legno colorato, alla fonda nella piccola rada di scogli. Il primo viaggio dalla battigia serviva a portare una maglia pesante, il barattolo delle esche, un tascapane e il secchio di plastica blu, stinto e senza manico, contenente i filaccioni. Con il secondo viaggio portava la rete, asciutta, che aveva appena finito di esaminare, sotto al pergolato davanti casa. Quindi saliva anche lui. Uno slancio all’inizio; l’equilibrio, nel dondolio dello stallo, e il richiamo della gamba di spinta. Sempre così. Accendeva il Perkins diesel e per qualche istante, chino, lo ascoltava borbottare. Quando l’elica cominciava a sospingere la barca, si recava a prua con due salti e recuperava l’ancora, a gesti lunghi e lenti; il piede sinistro sempre puntato sulla pernaccia. Poi tornava a poppa e si sedeva nel pozzetto. Metteva una mano alla barra del timone e si sporgeva dalla fiancata, a vedere sfilare gli scogli, sott’acqua. Fatti una trentina di metri rialzava il busto, guardava lontano, dava motore, e indirizzava la rotta virando decisamente a destra. Solo a quel punto lo vedevi rilassarsi, appoggiare la schiena, diventare tutt’uno con il paesaggio, e gustare le ultime tirate della sigaretta, finalmente staccandola dalle labbra e rigirandola tra le dita, come a valutarla; mentre la barca prendeva velocità.

Ugualmente, all’imbrunire, calata la rete, qualche volta lo vedevo tornare, se ancora non mi avevano strillato di rincasare, per il bagno o la cena.
Seduto sul moletto di cemento, che mi graffiava le cosce, facevo gli ultimi tentativi di stanare qualche bavosa dai buchi sommersi, con un piccolo amo. E aspettavo.
La riva di sassi ormai vuota di gente, e silenziosa.
L’aria fresca di ombre.
Il risciacquo ripetuto di onde brevi a creare un piccolo ritmo.
La sua sagoma diventava sempre più grande, insieme al ticchettio del motore, fino a stagliarsi, nera, contro l’ultima luce. Metteva il Perkins al minimo e lasciava che la barca si avvicinasse con l’abbrivio, a lentezza studiata. Si alzava ritto, a cercare con lo sguardo il corridoio d’ingresso, e governava il timone col piede. Al punto giusto frenava, con una breve smotorata all’indietro; spengeva il motore e saltava nell’acqua.
«Prim’o ppoi t’acchiappo… Oh, se t’acchiappo…» borbottava quasi sempre tra sé.
Non lo vedevo mai recuperare le reti, al mattino, prima dell’alba. Dormivo. Ma all’ora del pranzo, o della cena, spesso mi dicevano: «…Senti che buono: è il pesce di Miro. L’ha pescato stanotte!»

Trascorrevamo tutto il mese di luglio in quel borgo tufi affacciati sul mare, in Maremma. Un’ampia masseria, con tanto di stalle e di bestie, in una tenuta agricola a ridosso della costa. Per giungervi, dall’asfalto della strada comunale, girando a sinistra dopo un passaggio ferroviario a livello, bisognava percorrere una strada polverosa e assolata, lunga circa un chilometro, che attraversava campi di grano, di olivi e di vigna, in impercettibile salita, fino a giungere a un vecchio cancello di ferro sottile, incorniciato da piante, sempre aperto, che introduceva all’aia principale. Le costruzioni, gialline, sormontavano il lieve rialzo collinare da cui si dominavano i campi.
Andando oltre il grosso gruppo di case, verso tramonto, una repentina discesa di tufo e gradini, un sentiero tra siepi disordinate, fichi d’india e piccole palme, conduceva al mare, in una piccola baia di sassi e di scoglio. Due o tre famiglie di mezzadri, che abitavano lì, si occupavano da sempre dei campi e del bestiame, quasi ignorando il mare così vicino. Una delle contadine, rimasta vedova, ci affittava un appartamento che dividevamo con gli zii, per tutto il mese.
Villeggiature di un tempo; stanziali; trascorse dagli adulti nell’allegria di un semplice riposo.
                                                                                                                               
L’abitazione era grande, fresca nelle calure estive per via delle spesse mura di pietra. Dalla porta d’ingresso un lungo corridoio di piastrelle divideva due ordini di camere ampie. Le finestre di quelle sulla destra, una per camera, si affacciavano allineate sul retro della masseria, verso il mare, piene dei colori di un dipinto che cambia poesia secondo l’ora del giorno, o della stagione. Dall’ultima in fondo, quella piccola e alta del bagno, io bambino vedevo solamente il cielo. Ma sentivo più distintamente il rumore del mare. Le camere sull’altro lato erano ombrose, e scure.
La casa non era servita dall’acqua. Ogni mattina, prima di recarci al mare, noi bambini avevamo il compito di provvedere alla scorta giornaliera, attingendo da un pozzo esterno. Nell’aia, dalla parte dei campi, vi era una fontana di metallo contornata su tre lati da siepi: una di quelle vecchie pompe aspiranti a bilanciere, dipinta di verde. Lì riempivamo tre o quattro secchi colorati di plastica e una grossa tinozza di metallo, che trasportavamo in due quando piena, attenti a non fare oscillare troppo il carico. Manovrare la pompa, su e giù, era il divertimento più grande e ogni volta fonte di litigi. Vi era la soddisfazione di abbinare un risultato certo alla fatica. La gioia di vedere sgorgare l'acqua a comando, sapendola risucchiata direttamente dalla terra. Il senso di un gesto importante e il desiderio di essere noi a compierlo. L’acqua non era freschissima e aveva un sapore dolciastro, non buono. Ma ciò la rendeva più preziosa. ale e dei campido dalando
Qualche volta vedevamo le mucche uscire dalle stalle verso i campi; lente; grandi; solenni, a poche decine di metri da noi. Se una di esse voltava il capo a guardarci, sentendoci ridere o schiamazzare, cominciavamo a schernirla. Ma eravamo pronti a scappare, lasciando lì tutto.
Io che ero il più grande avevo un altro compito mattutino: in bicicletta percorrere la strada sterrata, e arrivare fino al passaggio a livello. Lì, facendo attenzione alle macchine, attraversare l’asfalto della comunale e, in un piccolo forno, acquistare la pizza per tutti. L’andata era piacevole; l’animo allegro di leggera euforia; l’aria fresca. La bici andava da sola, sulla lieve discesa. Il rientro era diverso: il falsopiano bianco, in salita, diventava duro; l’aria più calda, per via della fatica; il sacchetto della pizza oscillava e sbatteva, a ogni pedalata, appeso al manubrio. Ma il compito era importante. Il premio gustoso.

Il resto era mare.
Pochi ammennicoli: mare e basta. Mare fresco in cui fare il bagno, la mattina, di fianco a un moletto di cemento con poco pescaggio (impossibili i tuffi). Mare di roccia, limpido. Già esplorarne i colori era gioia, meraviglia, curiosa ricerca. Mare salato che ti resta nel naso, e sulle labbra, e che quando sei asciutto ti tira la pelle, e la disegna di bianco. Non farsi male sui sassi era metà dell’impegno. E poi esplorazione. Indipendenza. Ardimento da cuccioli che non si allontaneranno, contenti già di quel piccolo rischio. Oppure filaccioni, con cui passare le ore a pescare seduti sui sassi, parlando piano, perché i pesci non sentano. In pochi metri quadrati di sabbia (un’unica piccola “chiazza” in quel paradiso), organizzare interminabili gare con le palline di plastica colorata e l’effigie dei ciclisti. Lunghe discussioni per stabilire se il colpo fosse uscito, oppure no; se la pallina fosse, o no, sul ciglio della pista. Qualche litigio aspro, sempre risolto cancellando il solco coi piedi e facendo un bagno fuori programma.
Avevamo un vecchio canotto di gomma arancione, telata, e due remi di plastica, per le spedizioni a caccia di polpi. Una maschera, per vedere sotto. Ma non bella come quella sagomata dello zio, della Mares, con la gomma nera e gli occhiali profilati di plastica rossa. Le nostre erano una sorta di televisore a vetro unico, rettangolare. Ci facevano la testa grossa e pesante, e imbarcavano acqua perché avevamo il viso piccolo, non ancora formato dagli ormoni. Sputare sul vetro interno, per non farla appannare, era un gesto da grandi, da compiere con disinvoltura prima di risciacquarla. Usavamo una fiocina piccina, un tridentino, con un lungo manico di legno. Pescavamo come i primitivi, intuendo a ogni tiro la nostra inettitudine. Per questo i polpi, che sono più lenti. Ma ci voleva comunque pazienza e tempo. A noi, bambini di allora, di certo non mancavano né l’una né l’altro. Raggiunta la secca, si scendeva in acqua. Si legava il canotto a una vecchia boa rugginosa. Si aspettava un po’ e si cominciava a cercare, camminando, o nuotando lentamente con la pancia a pelo delle rocce. Erano mosse lente, per non spaventarli. Spesso dolorose quando, avvistata una preda, l’equilibrio immobile era imprevisto e costretto su un sasso appuntito. I nostri piedi nudi, per quanto sempre graffiati, non erano affatto primitivi. Talvolta si ferivano, e allora erano lacrime e bruciore. Insieme alle cure, i rimproveri austeri e lo scherno dei grandi. Cose che ci hanno forgiato, checché se ne dica.
Pochi i risultati. Prendere un piccolo polpo era un successo. Due in una stessa vacanza era gloria; fama che sarebbe durata anche l’estate successiva. Accorrevano tutti, anche i grandi, increduli. Se ne parlava per il resto del pomeriggio. Faceva impressione vedere la bestiola contorcersi intorno alla fiocina. Più ancora, vederla sbattere dagli adulti sulle rocce, per ammorbidirne le carni. Però a cena, una volta tanto, il primo piatto ad essere servito era il tuo, anziché quello del babbo. 

Proprio sulla riva di sassi, a pochi metri dall’acqua, dove sbucava il sentiero, viveva Palmiro.
Abitava con la moglie Maria in una minuscola casa di pietra, grande appena per contenerli entrambi, a non più di cinque metri dal mare. Un’unica stanza al pianterreno, cucina tavolo dispensa e credenza. Una scala di legno per salire nel letto, sotto gli spioventi di tegole. Un pergolato all’esterno, verso monte, riparato dal vento. Tutto qui.
Saprei dire poco di lui, perché quando sei piccolo non t’interessano le storie dei grandi. Era magro. E alto. Vecchio, ma agile e forte. Di giorno lavorava in polveriera, a Orbetello. Partiva presto, in sella a una Vespa arancione. Lo vedevamo tornare poco dopo l’ora del pranzo, quando il sole picchiava e noi aspettavamo all’ombra del portico, impazienti di scendere a mare. Il suo sguardo pensieroso e affaticato diventava un sorriso al nostro indirizzo, mentre parcheggiava di fianco alle macchine agricole.
Aveva le gambe lunghe e affusolate. Rientrato a casa, indossava sempre un paio di pantaloncini cortissimi, come andavano allora, che avevano ormai preso una forma e gli stavano intorno al bacino come una seconda pelle. Sopra quelli, una maglietta blu, stinta di sole e mille lavaggi. Non indossava mai le scarpe, e male le sopportava al mattino, quando vi era costretto per andare al lavoro. Aveva i piedi callosi e insensibili, a furia di scogli. Una soletta cornea gli si era formata sotto le piante. Gialla, durissima, spessa qualche centimetro, lo proteggeva dal dolore e dalle ferite. Noi bambini chiedevamo sempre di poterla toccare, meravigliati. Miro ci dava uno spillo e ci esortava a bucarla, per dimostrarci che non sentiva nulla. Era un tipo sorridente. Aveva la battuta pronta e modi burberi, ma solo all’apparenza. Con noi bambini era paziente, e ci mostrava le cose. Solo oggi, a ripensarci, intuisco la sua riservatezza e la maschera della persona che vive di poco e parla con la natura. Oggi, che so immaginare anche gli inverni trascorsi in solitudine lì, con la moglie, il vento freddo e il rumore del mare.

Scherzava spesso, con noi; con il babbo e lo zio; con Gigi il senese, che affittava anche lui una casa della masseria. Nel primo pomeriggio ci si ritrovava tutti sotto il pergolato, davanti casa sua, per esaminare e comperare il suo pesce, e fare conversazione. Si facevano previsioni sul tempo, auspici di stagione, commenti sulla bellezza del posto. Le donne sceglievano il pesce. Gli uomini bevevano vino bianco, fresco di cantina; o il caffè. Noi lo sciroppo di menta allungato con l’acqua, che ci preparava Maria. Talvolta le conversazioni diventavano polemica, discussione, e i grandi alzavano la voce. Ma alla fine ridevano forte, e dicevano parolacce. Qualche volta li vedevamo sfidarsi a braccio di ferro sul tavoletto di legno consumato, così, per giocare, mentre le donne scuotevano il capo e li chiamavano bambini. Noi ci appassionavamo, e ridevamo delle loro facce, rosse di sforzi.
Ma Miro, per tutti, era la pesca. La pesca e quella maestria antica, acquisita per tradizione, che noi cittadini osservavamo ammirati, senza darlo troppo a vedere. Ascoltavamo i suoi racconti sulla piccola baia, in cui un tempo non veniva nessuno neanche a villeggiare; e su quella famosa e grossa spigola, che sempre gli sfuggiva, da anni, e cui nessuno credeva ormai più.
Per questa sua ossessione, la spigola gigante, gli adulti talvolta lo prendevano in giro, seppure con affetto. Ciò rendeva loro più accettabile il divario enorme di esperienza marinara, che in sua presenza li faceva apparire sempre un po’ imbranati, e leziosi. Lui si adombrava, e insisteva: «Prim’ o poi vedrete se un l’acchiappo!».
Quando tutti si allontanavano per tornare al sole, alle faccende, o ai giochi estivi, io restavo un po’ di più, a vederlo preparare le reti. E allora mi parlava con un tono più basso, e mi poneva quelle domande semplici che si fanno ai bambini. Mi mostrava gli attrezzi della sua arte. Mi ripeteva che la spigola grossa esisteva davvero. E prometteva di portarmi a pescare.

Fu in un pomeriggio afoso, il mare calmo e poco vento, mentre caricava la barca, che Miro chiese a mio padre se potessi andare con lui, a calare le reti. Mio padre richiuse il giornale; guardò me, che assistevo ai preparativi, e assentì sorridendo, a distanza. Un attimo dopo, incredulo, mi ritrovai tra le mani il secchio dei filaccioni e la bisaccia.
«Sbrigati, va’. Prima che ci ripensi… Salta su», mi disse Miro.
E poi, mentre tornava verso casa a prendere la rete: «Hai già fatto merenda?».
Feci cenno di no, con la testa.
«Va bène» rispose. «Ci penso io. La si fa ‘nsième, allo scoglione».
Quindi, rivolto di nuovo a mio padre e mia madre, a voce più alta: «Si torna all’imbrunire!» disse. «Ve lo mando su per cena! La maglia pel freddo gliela do io!».

Ricordo lo smarrimento dell’emozione improvvisa e pochi altri dettagli, della partenza.
La curiosità di trovarmi dentro la barca, sempre vista da fuori. Le panche dure di legno, lungo le fiancate del pozzetto, e la schiena che duole un po’ ad appoggiarsi. L’odore intenso, mischiato, di mare e combustibile, dalla sentina, dove l’olio disegna colori in un ristagno nerastro. Il serbatoio rosso e unto della nafta, da cui giunge un rumore di risciacquo metallico. I gesti di Miro, conosciuti, sempre uguali, rapidi ed efficaci, per liberare la barca e partire. Infine il vento, la costa lontana, il senso di libertà dolce dello scivolamento sull’acqua; i lunghi, delicati, beccheggi. Il fumo della sigaretta di Miro che sfila via rapido, dalla bocca e dal naso, e si dissolve all’istante. Il rumore costante del motore, che non si allontana. Neanche una chiacchiera. E un brivido di gioia: ero solo, lontano dai miei, a pesca.

Lo scoglione era un isolotto di roccia scura e tagliente, erosa dal vento e dall’acqua, situato nell’angolo più remoto della piccola baia, a un centinaio di metri dalla costa. Vi giungemmo in una ventina di minuti. Calata l’ancora, Miro aprì la bisaccia e tirò fuori mezza pagnotta di pane sciapo, un limone e un coltello da cucina con il manico di plastica gialla. Li ripose sulla panca e mi disse: «Io ti porto la merenda e tu la prepari». Poi si alzò. «Ti fo’ vedere».
Scese nell’acqua bassa, che gli arrivava alla cintola; si guardò intorno e si chinò a raccogliere qualcosa. Quando tornò al bordo della barca, teneva in mano due ricci, scuri e lucidi come l’inchiostro. Distese le mani callose e me li mostrò.
«Se stai attento, te tu vedi che si muovono. Guarda bene».
Gli aculei, infatti, si muovevano. Lentamente, avanti e indietro.
«Visto? So’ vivi, anche loro. Sai come aprirli?».
«No» risposi.
«Ti mostro» fece lui, risalendo in barca.
Prese il coltello e, tenendo in una mano aperta uno dei ricci, cominciò a picchiettare con la lama in giro in giro, lungo la linea equatoriale del guscio calcareo. Poco a poco questo si aprì in due metà, rivelando all’interno la polpa arancione, disposta a raggiera.
«Ecco» disse. «Ci fai cadere du’ gocce di limone e pulisci tutto col pane. Prova».
Mi tese il riccio aperto e pronto.
«Io scendo» proseguì. «Ne porto su un po’. Poi si cala i filaccioni e le reti. Ma tu che li apri sta’ attento a ‘un bucarti le mani, eh? che poi la tu’ mamma mi strilla».
Lavorai per benino, facendo attenzione, posando i ricci spaccati sul cofano motore. Poi mangiammo in silenzio. Solo alla fine, mentre fumava, Miro mi disse: «Ti sono garbati? Buoni eh? Ora si cala le reti».

Spostammo leggermente la barca, ripresa l’ancora. Quindi, scelto il luogo adatto, Miro mi lasciò al timone e si occupò delle reti, alzandole e calandole piano nel mare, poco a poco. Dopodichè riprese il timone e diede motore. Si allontanò dalle reti; girò intorno allo scoglione e si fermò dalla parte opposta. Mise tra noi il barattolo delle esche e mi diede un filaccione.
«Prima però tu metti la maglia, che ‘un vorrei che ti pigliassi i’ ffreddo», disse.
Infilammo sugli ami le teste mozze delle sarde, di cui era pieno il barattolo, e quando fu tutto pronto mi disse di calare.
«Lasciala andare giù, finché non s’appoggia. Poi, co’ de’ piccoli tiri leggeri, te tu la sposti lentamente. Ma leggero, eh? Pianino. Come fosse viva e tranquilla».
Mentre calavamo, gettò delle minuscole briciole di pane sul pelo dell’acqua. «Queste richiama i pescetti, e ‘ pescetti richiama la spigola… E noi s’aspetta». Poi si sedette dall’altro lato e tacque.
Non sapevo se credere alla storia della spigola gigante. Miro aveva tutta la mia stima di bambino, ma percepivo anche io una sorta di esagerazione nei suoi racconti. Quell’iperbole che più tardi avrei saputo definire romantica, e che i miei genitori, e lo zio, ogni tanto descrivevano come una necessità vivifica in una vita da pescatore, fatta di pochi divertimenti e della piccola gloria estiva, raccolta con noi villeggianti.  

Il sole calava e l’acqua divenne presto più scura. Cominciavo ad avere dei brividi, non ostante la maglia. Ma non dissi nulla. Tiravo coscienziosamente il filo di nylon con una mano, tenendo con l’altra il pezzo di sughero. Dopo un po’ avvertii un leggero richiamo del filo. Come una leggera resistenza. Proseguii a dare dei tiretti lievi, più distanziati, e il richiamo si ripeté. Al terzo piccolo strappo diedi uno strattone deciso, ma il filo venne su lieve, senza peso. Lo recuperai e vidi che i due ami erano vuoti.
Miro si volse, sentendo il movimento e sussurrò pianissimo: «T’ha fregato. Ha vinto lei». E dopo un attimo, sempre a bassa voce: «Via. ‘Un ti scoraggiare. Infila l’esca e riparti. Ancora cinque minuti e poi si va».
Ero lì che calavo di nuovo gli ami, quando Miro lanciò un grido e simultaneamente si alzò in piedi, tirando con entrambe le mani, alte sopra la testa, il filo di nylon: «Eccola qui! L’ho presa! T’ho pizzic’ato, madonna bòna béstia d’un pesce!»
La barca oscillò paurosamente e dovetti afferrarmi alla sponda per non scivolare all’interno. Miro nel frattempo tirava e bestemmiava, mollava un po’, prendeva fiato e poi tirava e bestemmiava di nuovo, poco a poco recuperando il filo con tutta la forza e la cautela necessarie a contrastare la preda, e a evitare che il filaccione s’impigliasse nelle rocce, e si rompesse.
Il trambusto durò meno di un minuto, oggi posso dire. Ma mi sembrò lunghissimo.
Alla fine, sporgendosi leggermente dalla fiancata e allontanando le braccia, Miro tirò in barca la sua cattura, facendole descrivere un rapido arco sgocciolante con un’ultima imprecazione.
La spigola atterrò con un botto sul fondo del gozzo, proprio ai miei piedi, e proseguì a sbattersi e ad agitarsi forsennatamente. Era enorme, lunga una ottantina di centimetri, e fortissima. Lottava per la vita, indomita, a colpi violenti e ossessivi che risuonavano cupi come rintocchi, mentre Miro cercava di afferrarla e tenerla schiacciata sulle tavole, con le mani e con un piede. Assistevo, pietrificato, con un senso di euforia e raccapriccio; con il respiro corto, come se faticassi. L’emozione della morte e del trionfo lottavano in me, e si annodavano nel petto, mentre con le mani serrate stringevo il bordo della barca ai lati del corpo.
Poco a poco l’energia del pesce venne meno. I colpi diventarono più lenti, meno energici. Si fermarono. Poi ripresero, forti, per un ultimo spasimo di lotta, spaventandomi. Miro non parlava più. Respirava forte, col naso, e tratteneva il pesce.
Così restammo, fino all’ultimo colpo.

Poi alzai lentamente lo sguardo verso Miro, e lui verso di me la sua testa, chino come era a trattenere la preda. Il suo volto si aprì in un sorriso raggiante e spiritato. Io cominciai a piangere in silenzio, guardandolo, e subito a ridere, sempre in silenzio, mentre sentivo le lacrime scendere sul viso, per dissimulare l’emozione violenta da cui ero stato sopraffatto. Miro prese un grosso pezzo di tela nerastra da sotto una panca e coprì il pesce, perché non scappasse con un ultimo salto imprevisto. Poi si fece verso di me, mi prese la testa tra le mani callose e mi poggiò le labbra sulla fronte, con una delicatezza che solo la forza può esprimere: «L’ho presa, diobòno», sussurrò. «L’abbiamo presa, maremma maiàla. L’abbiamo presa, capisci?». Poi si alzò nella barca e si volse a guardare il tramonto. Portò una sigaretta alle labbra, la accese e la fumò, tutta, con calma, senza muoversi più finché non l’ebbe finita.

Resta una fotografia, di quella sera; fatta con il flash. Mi ritrae sotto il pergolato, mentre tengo la spigola per una branchia e la mostro, lunga com è, di fianco ai miei undici anni ridenti. Sulle mie spalle le mani di Miro, chinato dietro di me; il suo sorriso abbronzato di fianco al mio.

Era l’ultima estate che avrei trascorso lì.
Non avevo ancora letto Hemingway.  


sabato 17 aprile 2010

Nove - In piscina





In piscina



Era come solo, nella piscina affollatissima, a mezzogiorno della domenica afosa.
Non poteva vedere né udire nessuno.
In piedi, sotto un sole canicolare, in mezzo al via-vai di gente in costume da bagno, ripeteva ossessivamente il medesimo movimento: una strana e armoniosa oscillazione sul bacino e sul busto; una lieve rotazione e contro-rotazione, toccandosi le sopracciglia con una mano e con l’altra; carezzandosi l’una con l’altra, poi, le stesse mani e gli avambracci; quindi aggiustando i pochi capelli.
Avrà avuto una trentina di anni. 

Non poteva vedere poiché totalmente privo di bulbi oculari. Con ogni probabilità dalla nascita.
Era evidente che non potesse udire, fatto deducibile dalla sua assoluta, statica, imperturbabilità al vociare intenso dei bagnanti; all’alto, quasi fastidioso, volume della musica di alcuni altoparlanti, sparsi all’intorno; e anche osservando come più di una volta fosse stato pericolosamente sfiorato da gruppi di ragazzi che correvano, strillando e inseguendosi, verso l’acqua refrigerante della piscina, senza che ciò gli procurasse il minimo senso di allarme.
La sua mimica era serena e inconsapevole, come confortata solo dall’ossessivo e infinito ripetersi del medesimo, inutile, periodico gesto.

Di quando in quando la donna anziana che lo accudiva interrompeva la propria lettura; si alzava, uscendo dall’oscurità protettiva dell’ombrellone, per accostarsi a lui senza parlare; lo toccava leggermente su un fianco, con un gesto risaputo, sempre uguale, sempre nello stesso punto, e gli poneva una mano sulla spalla, da dietro.
Lui, come riacquistando improvvisamente coscienza; come scoprendo fortuitamente un contatto con quel mondo che può solo immaginare; come fosse cosa naturale proprio quel suo vivere in un buio silenzioso; comunicare solo con la sensibilità della pelle; solo allora si bloccava, alzava leggermente la testa protendendo il mento in avanti, e si apriva in un sorriso soave come un saluto.
Quindi, assecondando l’invito rivoltogli al tatto, arretrava di un passo e si sedeva; sempre ripetendo la medesima gestualità: toccandosi le sopracciglia; carezzandosi l’una con l’altra le mani e gli avambracci; aggiustandosi i pochi capelli…

Per qualche minuto rimaneva lì, inespressivo, solo di quando in quando sollevando di scatto la testa, ora a destra ora a sinistra, per fiutare la scia dolciastra di qualche bagnante unto d’olio solare.
Poi, assecondando chissà quale recondito impulso di soddisfazione, tornava a rialzarsi, lentamente, fino a ritrovare il sole canicolare e, in piedi nel nulla, riprendeva la sua oscillazione periodica, armoniosa, ossessiva e confortante.
Ritto in mezzo al passaggio di gente, tra gli ombrelloni e le sedie a sdraio, a pochi metri dal bancone del bar.
Visibile a tutti; ignorato da tutti.
In mezzo a noi eppure solo, nel suo sconfinato deserto di buio e di silenzio.
Un’espressione soave, sul volto.


Buenos Aires, 7 Gennaio 1993