sabato 22 maggio 2010

Dieci - Estate 1972





Estate 1972


Usciva in barca tra le cinque e le sei del pomeriggio, quando il sole comincia ad allungarsi sul mare e il caldo della giornata si addolcisce un po’, per via della brezza. Non a un’ora precisa, ma a una precisa sensazione del giorno. Entrava in acqua senza quella esitazione di freddo, che io provavo sempre; e calpestava a piedi nudi rocce e sassi come fossero sabbia.
Interrompevo il mio gioco, spesso richiamato dagli altri, per osservarlo partire.

Caricava poche cose sul gozzo di legno colorato, alla fonda nella piccola rada di scogli. Il primo viaggio dalla battigia serviva a portare una maglia pesante, il barattolo delle esche, un tascapane e il secchio di plastica blu, stinto e senza manico, contenente i filaccioni. Con il secondo viaggio portava la rete, asciutta, che aveva appena finito di esaminare, sotto al pergolato davanti casa. Quindi saliva anche lui. Uno slancio all’inizio; l’equilibrio, nel dondolio dello stallo, e il richiamo della gamba di spinta. Sempre così. Accendeva il Perkins diesel e per qualche istante, chino, lo ascoltava borbottare. Quando l’elica cominciava a sospingere la barca, si recava a prua con due salti e recuperava l’ancora, a gesti lunghi e lenti; il piede sinistro sempre puntato sulla pernaccia. Poi tornava a poppa e si sedeva nel pozzetto. Metteva una mano alla barra del timone e si sporgeva dalla fiancata, a vedere sfilare gli scogli, sott’acqua. Fatti una trentina di metri rialzava il busto, guardava lontano, dava motore, e indirizzava la rotta virando decisamente a destra. Solo a quel punto lo vedevi rilassarsi, appoggiare la schiena, diventare tutt’uno con il paesaggio, e gustare le ultime tirate della sigaretta, finalmente staccandola dalle labbra e rigirandola tra le dita, come a valutarla; mentre la barca prendeva velocità.

Ugualmente, all’imbrunire, calata la rete, qualche volta lo vedevo tornare, se ancora non mi avevano strillato di rincasare, per il bagno o la cena.
Seduto sul moletto di cemento, che mi graffiava le cosce, facevo gli ultimi tentativi di stanare qualche bavosa dai buchi sommersi, con un piccolo amo. E aspettavo.
La riva di sassi ormai vuota di gente, e silenziosa.
L’aria fresca di ombre.
Il risciacquo ripetuto di onde brevi a creare un piccolo ritmo.
La sua sagoma diventava sempre più grande, insieme al ticchettio del motore, fino a stagliarsi, nera, contro l’ultima luce. Metteva il Perkins al minimo e lasciava che la barca si avvicinasse con l’abbrivio, a lentezza studiata. Si alzava ritto, a cercare con lo sguardo il corridoio d’ingresso, e governava il timone col piede. Al punto giusto frenava, con una breve smotorata all’indietro; spengeva il motore e saltava nell’acqua.
«Prim’o ppoi t’acchiappo… Oh, se t’acchiappo…» borbottava quasi sempre tra sé.
Non lo vedevo mai recuperare le reti, al mattino, prima dell’alba. Dormivo. Ma all’ora del pranzo, o della cena, spesso mi dicevano: «…Senti che buono: è il pesce di Miro. L’ha pescato stanotte!»

Trascorrevamo tutto il mese di luglio in quel borgo tufi affacciati sul mare, in Maremma. Un’ampia masseria, con tanto di stalle e di bestie, in una tenuta agricola a ridosso della costa. Per giungervi, dall’asfalto della strada comunale, girando a sinistra dopo un passaggio ferroviario a livello, bisognava percorrere una strada polverosa e assolata, lunga circa un chilometro, che attraversava campi di grano, di olivi e di vigna, in impercettibile salita, fino a giungere a un vecchio cancello di ferro sottile, incorniciato da piante, sempre aperto, che introduceva all’aia principale. Le costruzioni, gialline, sormontavano il lieve rialzo collinare da cui si dominavano i campi.
Andando oltre il grosso gruppo di case, verso tramonto, una repentina discesa di tufo e gradini, un sentiero tra siepi disordinate, fichi d’india e piccole palme, conduceva al mare, in una piccola baia di sassi e di scoglio. Due o tre famiglie di mezzadri, che abitavano lì, si occupavano da sempre dei campi e del bestiame, quasi ignorando il mare così vicino. Una delle contadine, rimasta vedova, ci affittava un appartamento che dividevamo con gli zii, per tutto il mese.
Villeggiature di un tempo; stanziali; trascorse dagli adulti nell’allegria di un semplice riposo.
                                                                                                                               
L’abitazione era grande, fresca nelle calure estive per via delle spesse mura di pietra. Dalla porta d’ingresso un lungo corridoio di piastrelle divideva due ordini di camere ampie. Le finestre di quelle sulla destra, una per camera, si affacciavano allineate sul retro della masseria, verso il mare, piene dei colori di un dipinto che cambia poesia secondo l’ora del giorno, o della stagione. Dall’ultima in fondo, quella piccola e alta del bagno, io bambino vedevo solamente il cielo. Ma sentivo più distintamente il rumore del mare. Le camere sull’altro lato erano ombrose, e scure.
La casa non era servita dall’acqua. Ogni mattina, prima di recarci al mare, noi bambini avevamo il compito di provvedere alla scorta giornaliera, attingendo da un pozzo esterno. Nell’aia, dalla parte dei campi, vi era una fontana di metallo contornata su tre lati da siepi: una di quelle vecchie pompe aspiranti a bilanciere, dipinta di verde. Lì riempivamo tre o quattro secchi colorati di plastica e una grossa tinozza di metallo, che trasportavamo in due quando piena, attenti a non fare oscillare troppo il carico. Manovrare la pompa, su e giù, era il divertimento più grande e ogni volta fonte di litigi. Vi era la soddisfazione di abbinare un risultato certo alla fatica. La gioia di vedere sgorgare l'acqua a comando, sapendola risucchiata direttamente dalla terra. Il senso di un gesto importante e il desiderio di essere noi a compierlo. L’acqua non era freschissima e aveva un sapore dolciastro, non buono. Ma ciò la rendeva più preziosa. ale e dei campido dalando
Qualche volta vedevamo le mucche uscire dalle stalle verso i campi; lente; grandi; solenni, a poche decine di metri da noi. Se una di esse voltava il capo a guardarci, sentendoci ridere o schiamazzare, cominciavamo a schernirla. Ma eravamo pronti a scappare, lasciando lì tutto.
Io che ero il più grande avevo un altro compito mattutino: in bicicletta percorrere la strada sterrata, e arrivare fino al passaggio a livello. Lì, facendo attenzione alle macchine, attraversare l’asfalto della comunale e, in un piccolo forno, acquistare la pizza per tutti. L’andata era piacevole; l’animo allegro di leggera euforia; l’aria fresca. La bici andava da sola, sulla lieve discesa. Il rientro era diverso: il falsopiano bianco, in salita, diventava duro; l’aria più calda, per via della fatica; il sacchetto della pizza oscillava e sbatteva, a ogni pedalata, appeso al manubrio. Ma il compito era importante. Il premio gustoso.

Il resto era mare.
Pochi ammennicoli: mare e basta. Mare fresco in cui fare il bagno, la mattina, di fianco a un moletto di cemento con poco pescaggio (impossibili i tuffi). Mare di roccia, limpido. Già esplorarne i colori era gioia, meraviglia, curiosa ricerca. Mare salato che ti resta nel naso, e sulle labbra, e che quando sei asciutto ti tira la pelle, e la disegna di bianco. Non farsi male sui sassi era metà dell’impegno. E poi esplorazione. Indipendenza. Ardimento da cuccioli che non si allontaneranno, contenti già di quel piccolo rischio. Oppure filaccioni, con cui passare le ore a pescare seduti sui sassi, parlando piano, perché i pesci non sentano. In pochi metri quadrati di sabbia (un’unica piccola “chiazza” in quel paradiso), organizzare interminabili gare con le palline di plastica colorata e l’effigie dei ciclisti. Lunghe discussioni per stabilire se il colpo fosse uscito, oppure no; se la pallina fosse, o no, sul ciglio della pista. Qualche litigio aspro, sempre risolto cancellando il solco coi piedi e facendo un bagno fuori programma.
Avevamo un vecchio canotto di gomma arancione, telata, e due remi di plastica, per le spedizioni a caccia di polpi. Una maschera, per vedere sotto. Ma non bella come quella sagomata dello zio, della Mares, con la gomma nera e gli occhiali profilati di plastica rossa. Le nostre erano una sorta di televisore a vetro unico, rettangolare. Ci facevano la testa grossa e pesante, e imbarcavano acqua perché avevamo il viso piccolo, non ancora formato dagli ormoni. Sputare sul vetro interno, per non farla appannare, era un gesto da grandi, da compiere con disinvoltura prima di risciacquarla. Usavamo una fiocina piccina, un tridentino, con un lungo manico di legno. Pescavamo come i primitivi, intuendo a ogni tiro la nostra inettitudine. Per questo i polpi, che sono più lenti. Ma ci voleva comunque pazienza e tempo. A noi, bambini di allora, di certo non mancavano né l’una né l’altro. Raggiunta la secca, si scendeva in acqua. Si legava il canotto a una vecchia boa rugginosa. Si aspettava un po’ e si cominciava a cercare, camminando, o nuotando lentamente con la pancia a pelo delle rocce. Erano mosse lente, per non spaventarli. Spesso dolorose quando, avvistata una preda, l’equilibrio immobile era imprevisto e costretto su un sasso appuntito. I nostri piedi nudi, per quanto sempre graffiati, non erano affatto primitivi. Talvolta si ferivano, e allora erano lacrime e bruciore. Insieme alle cure, i rimproveri austeri e lo scherno dei grandi. Cose che ci hanno forgiato, checché se ne dica.
Pochi i risultati. Prendere un piccolo polpo era un successo. Due in una stessa vacanza era gloria; fama che sarebbe durata anche l’estate successiva. Accorrevano tutti, anche i grandi, increduli. Se ne parlava per il resto del pomeriggio. Faceva impressione vedere la bestiola contorcersi intorno alla fiocina. Più ancora, vederla sbattere dagli adulti sulle rocce, per ammorbidirne le carni. Però a cena, una volta tanto, il primo piatto ad essere servito era il tuo, anziché quello del babbo. 

Proprio sulla riva di sassi, a pochi metri dall’acqua, dove sbucava il sentiero, viveva Palmiro.
Abitava con la moglie Maria in una minuscola casa di pietra, grande appena per contenerli entrambi, a non più di cinque metri dal mare. Un’unica stanza al pianterreno, cucina tavolo dispensa e credenza. Una scala di legno per salire nel letto, sotto gli spioventi di tegole. Un pergolato all’esterno, verso monte, riparato dal vento. Tutto qui.
Saprei dire poco di lui, perché quando sei piccolo non t’interessano le storie dei grandi. Era magro. E alto. Vecchio, ma agile e forte. Di giorno lavorava in polveriera, a Orbetello. Partiva presto, in sella a una Vespa arancione. Lo vedevamo tornare poco dopo l’ora del pranzo, quando il sole picchiava e noi aspettavamo all’ombra del portico, impazienti di scendere a mare. Il suo sguardo pensieroso e affaticato diventava un sorriso al nostro indirizzo, mentre parcheggiava di fianco alle macchine agricole.
Aveva le gambe lunghe e affusolate. Rientrato a casa, indossava sempre un paio di pantaloncini cortissimi, come andavano allora, che avevano ormai preso una forma e gli stavano intorno al bacino come una seconda pelle. Sopra quelli, una maglietta blu, stinta di sole e mille lavaggi. Non indossava mai le scarpe, e male le sopportava al mattino, quando vi era costretto per andare al lavoro. Aveva i piedi callosi e insensibili, a furia di scogli. Una soletta cornea gli si era formata sotto le piante. Gialla, durissima, spessa qualche centimetro, lo proteggeva dal dolore e dalle ferite. Noi bambini chiedevamo sempre di poterla toccare, meravigliati. Miro ci dava uno spillo e ci esortava a bucarla, per dimostrarci che non sentiva nulla. Era un tipo sorridente. Aveva la battuta pronta e modi burberi, ma solo all’apparenza. Con noi bambini era paziente, e ci mostrava le cose. Solo oggi, a ripensarci, intuisco la sua riservatezza e la maschera della persona che vive di poco e parla con la natura. Oggi, che so immaginare anche gli inverni trascorsi in solitudine lì, con la moglie, il vento freddo e il rumore del mare.

Scherzava spesso, con noi; con il babbo e lo zio; con Gigi il senese, che affittava anche lui una casa della masseria. Nel primo pomeriggio ci si ritrovava tutti sotto il pergolato, davanti casa sua, per esaminare e comperare il suo pesce, e fare conversazione. Si facevano previsioni sul tempo, auspici di stagione, commenti sulla bellezza del posto. Le donne sceglievano il pesce. Gli uomini bevevano vino bianco, fresco di cantina; o il caffè. Noi lo sciroppo di menta allungato con l’acqua, che ci preparava Maria. Talvolta le conversazioni diventavano polemica, discussione, e i grandi alzavano la voce. Ma alla fine ridevano forte, e dicevano parolacce. Qualche volta li vedevamo sfidarsi a braccio di ferro sul tavoletto di legno consumato, così, per giocare, mentre le donne scuotevano il capo e li chiamavano bambini. Noi ci appassionavamo, e ridevamo delle loro facce, rosse di sforzi.
Ma Miro, per tutti, era la pesca. La pesca e quella maestria antica, acquisita per tradizione, che noi cittadini osservavamo ammirati, senza darlo troppo a vedere. Ascoltavamo i suoi racconti sulla piccola baia, in cui un tempo non veniva nessuno neanche a villeggiare; e su quella famosa e grossa spigola, che sempre gli sfuggiva, da anni, e cui nessuno credeva ormai più.
Per questa sua ossessione, la spigola gigante, gli adulti talvolta lo prendevano in giro, seppure con affetto. Ciò rendeva loro più accettabile il divario enorme di esperienza marinara, che in sua presenza li faceva apparire sempre un po’ imbranati, e leziosi. Lui si adombrava, e insisteva: «Prim’ o poi vedrete se un l’acchiappo!».
Quando tutti si allontanavano per tornare al sole, alle faccende, o ai giochi estivi, io restavo un po’ di più, a vederlo preparare le reti. E allora mi parlava con un tono più basso, e mi poneva quelle domande semplici che si fanno ai bambini. Mi mostrava gli attrezzi della sua arte. Mi ripeteva che la spigola grossa esisteva davvero. E prometteva di portarmi a pescare.

Fu in un pomeriggio afoso, il mare calmo e poco vento, mentre caricava la barca, che Miro chiese a mio padre se potessi andare con lui, a calare le reti. Mio padre richiuse il giornale; guardò me, che assistevo ai preparativi, e assentì sorridendo, a distanza. Un attimo dopo, incredulo, mi ritrovai tra le mani il secchio dei filaccioni e la bisaccia.
«Sbrigati, va’. Prima che ci ripensi… Salta su», mi disse Miro.
E poi, mentre tornava verso casa a prendere la rete: «Hai già fatto merenda?».
Feci cenno di no, con la testa.
«Va bène» rispose. «Ci penso io. La si fa ‘nsième, allo scoglione».
Quindi, rivolto di nuovo a mio padre e mia madre, a voce più alta: «Si torna all’imbrunire!» disse. «Ve lo mando su per cena! La maglia pel freddo gliela do io!».

Ricordo lo smarrimento dell’emozione improvvisa e pochi altri dettagli, della partenza.
La curiosità di trovarmi dentro la barca, sempre vista da fuori. Le panche dure di legno, lungo le fiancate del pozzetto, e la schiena che duole un po’ ad appoggiarsi. L’odore intenso, mischiato, di mare e combustibile, dalla sentina, dove l’olio disegna colori in un ristagno nerastro. Il serbatoio rosso e unto della nafta, da cui giunge un rumore di risciacquo metallico. I gesti di Miro, conosciuti, sempre uguali, rapidi ed efficaci, per liberare la barca e partire. Infine il vento, la costa lontana, il senso di libertà dolce dello scivolamento sull’acqua; i lunghi, delicati, beccheggi. Il fumo della sigaretta di Miro che sfila via rapido, dalla bocca e dal naso, e si dissolve all’istante. Il rumore costante del motore, che non si allontana. Neanche una chiacchiera. E un brivido di gioia: ero solo, lontano dai miei, a pesca.

Lo scoglione era un isolotto di roccia scura e tagliente, erosa dal vento e dall’acqua, situato nell’angolo più remoto della piccola baia, a un centinaio di metri dalla costa. Vi giungemmo in una ventina di minuti. Calata l’ancora, Miro aprì la bisaccia e tirò fuori mezza pagnotta di pane sciapo, un limone e un coltello da cucina con il manico di plastica gialla. Li ripose sulla panca e mi disse: «Io ti porto la merenda e tu la prepari». Poi si alzò. «Ti fo’ vedere».
Scese nell’acqua bassa, che gli arrivava alla cintola; si guardò intorno e si chinò a raccogliere qualcosa. Quando tornò al bordo della barca, teneva in mano due ricci, scuri e lucidi come l’inchiostro. Distese le mani callose e me li mostrò.
«Se stai attento, te tu vedi che si muovono. Guarda bene».
Gli aculei, infatti, si muovevano. Lentamente, avanti e indietro.
«Visto? So’ vivi, anche loro. Sai come aprirli?».
«No» risposi.
«Ti mostro» fece lui, risalendo in barca.
Prese il coltello e, tenendo in una mano aperta uno dei ricci, cominciò a picchiettare con la lama in giro in giro, lungo la linea equatoriale del guscio calcareo. Poco a poco questo si aprì in due metà, rivelando all’interno la polpa arancione, disposta a raggiera.
«Ecco» disse. «Ci fai cadere du’ gocce di limone e pulisci tutto col pane. Prova».
Mi tese il riccio aperto e pronto.
«Io scendo» proseguì. «Ne porto su un po’. Poi si cala i filaccioni e le reti. Ma tu che li apri sta’ attento a ‘un bucarti le mani, eh? che poi la tu’ mamma mi strilla».
Lavorai per benino, facendo attenzione, posando i ricci spaccati sul cofano motore. Poi mangiammo in silenzio. Solo alla fine, mentre fumava, Miro mi disse: «Ti sono garbati? Buoni eh? Ora si cala le reti».

Spostammo leggermente la barca, ripresa l’ancora. Quindi, scelto il luogo adatto, Miro mi lasciò al timone e si occupò delle reti, alzandole e calandole piano nel mare, poco a poco. Dopodichè riprese il timone e diede motore. Si allontanò dalle reti; girò intorno allo scoglione e si fermò dalla parte opposta. Mise tra noi il barattolo delle esche e mi diede un filaccione.
«Prima però tu metti la maglia, che ‘un vorrei che ti pigliassi i’ ffreddo», disse.
Infilammo sugli ami le teste mozze delle sarde, di cui era pieno il barattolo, e quando fu tutto pronto mi disse di calare.
«Lasciala andare giù, finché non s’appoggia. Poi, co’ de’ piccoli tiri leggeri, te tu la sposti lentamente. Ma leggero, eh? Pianino. Come fosse viva e tranquilla».
Mentre calavamo, gettò delle minuscole briciole di pane sul pelo dell’acqua. «Queste richiama i pescetti, e ‘ pescetti richiama la spigola… E noi s’aspetta». Poi si sedette dall’altro lato e tacque.
Non sapevo se credere alla storia della spigola gigante. Miro aveva tutta la mia stima di bambino, ma percepivo anche io una sorta di esagerazione nei suoi racconti. Quell’iperbole che più tardi avrei saputo definire romantica, e che i miei genitori, e lo zio, ogni tanto descrivevano come una necessità vivifica in una vita da pescatore, fatta di pochi divertimenti e della piccola gloria estiva, raccolta con noi villeggianti.  

Il sole calava e l’acqua divenne presto più scura. Cominciavo ad avere dei brividi, non ostante la maglia. Ma non dissi nulla. Tiravo coscienziosamente il filo di nylon con una mano, tenendo con l’altra il pezzo di sughero. Dopo un po’ avvertii un leggero richiamo del filo. Come una leggera resistenza. Proseguii a dare dei tiretti lievi, più distanziati, e il richiamo si ripeté. Al terzo piccolo strappo diedi uno strattone deciso, ma il filo venne su lieve, senza peso. Lo recuperai e vidi che i due ami erano vuoti.
Miro si volse, sentendo il movimento e sussurrò pianissimo: «T’ha fregato. Ha vinto lei». E dopo un attimo, sempre a bassa voce: «Via. ‘Un ti scoraggiare. Infila l’esca e riparti. Ancora cinque minuti e poi si va».
Ero lì che calavo di nuovo gli ami, quando Miro lanciò un grido e simultaneamente si alzò in piedi, tirando con entrambe le mani, alte sopra la testa, il filo di nylon: «Eccola qui! L’ho presa! T’ho pizzic’ato, madonna bòna béstia d’un pesce!»
La barca oscillò paurosamente e dovetti afferrarmi alla sponda per non scivolare all’interno. Miro nel frattempo tirava e bestemmiava, mollava un po’, prendeva fiato e poi tirava e bestemmiava di nuovo, poco a poco recuperando il filo con tutta la forza e la cautela necessarie a contrastare la preda, e a evitare che il filaccione s’impigliasse nelle rocce, e si rompesse.
Il trambusto durò meno di un minuto, oggi posso dire. Ma mi sembrò lunghissimo.
Alla fine, sporgendosi leggermente dalla fiancata e allontanando le braccia, Miro tirò in barca la sua cattura, facendole descrivere un rapido arco sgocciolante con un’ultima imprecazione.
La spigola atterrò con un botto sul fondo del gozzo, proprio ai miei piedi, e proseguì a sbattersi e ad agitarsi forsennatamente. Era enorme, lunga una ottantina di centimetri, e fortissima. Lottava per la vita, indomita, a colpi violenti e ossessivi che risuonavano cupi come rintocchi, mentre Miro cercava di afferrarla e tenerla schiacciata sulle tavole, con le mani e con un piede. Assistevo, pietrificato, con un senso di euforia e raccapriccio; con il respiro corto, come se faticassi. L’emozione della morte e del trionfo lottavano in me, e si annodavano nel petto, mentre con le mani serrate stringevo il bordo della barca ai lati del corpo.
Poco a poco l’energia del pesce venne meno. I colpi diventarono più lenti, meno energici. Si fermarono. Poi ripresero, forti, per un ultimo spasimo di lotta, spaventandomi. Miro non parlava più. Respirava forte, col naso, e tratteneva il pesce.
Così restammo, fino all’ultimo colpo.

Poi alzai lentamente lo sguardo verso Miro, e lui verso di me la sua testa, chino come era a trattenere la preda. Il suo volto si aprì in un sorriso raggiante e spiritato. Io cominciai a piangere in silenzio, guardandolo, e subito a ridere, sempre in silenzio, mentre sentivo le lacrime scendere sul viso, per dissimulare l’emozione violenta da cui ero stato sopraffatto. Miro prese un grosso pezzo di tela nerastra da sotto una panca e coprì il pesce, perché non scappasse con un ultimo salto imprevisto. Poi si fece verso di me, mi prese la testa tra le mani callose e mi poggiò le labbra sulla fronte, con una delicatezza che solo la forza può esprimere: «L’ho presa, diobòno», sussurrò. «L’abbiamo presa, maremma maiàla. L’abbiamo presa, capisci?». Poi si alzò nella barca e si volse a guardare il tramonto. Portò una sigaretta alle labbra, la accese e la fumò, tutta, con calma, senza muoversi più finché non l’ebbe finita.

Resta una fotografia, di quella sera; fatta con il flash. Mi ritrae sotto il pergolato, mentre tengo la spigola per una branchia e la mostro, lunga com è, di fianco ai miei undici anni ridenti. Sulle mie spalle le mani di Miro, chinato dietro di me; il suo sorriso abbronzato di fianco al mio.

Era l’ultima estate che avrei trascorso lì.
Non avevo ancora letto Hemingway.  


5 commenti:

emmevu ha detto...

Un racconto perfetto, esatto e sanamente nostalgico.
Complimenti.
Marco

delias ha detto...

Anche a me è piaciuto molto.
mi viene però da sorridere leggendo il "sanamente nostalgico "di emmevu perché invece proprio la nostalgia mi ha fatto pensare che comunque il mare può accomunare i tempi .Quel polpetto ancora oggi è tema di intere estati; pozze di scogliera ancora emozionano, pur se su moli in cemento.
Ci vuole un poco di fortuna e i "luoghi giusti".
Noi forse , allora ,e i nostri figli oggi, almeno un po', hanno avuto modo di sapere luoghi e persone vere.

Isairon ha detto...

Il finale che avrei voluto leggere nel "Vecchio e il mare".
Pesca con il filaccione, con la togna. Parole e luoghi diversi ma stesso spirito. Poche cose e umili. Un po' di sughero, all'occorrenza un pezzetto di legno "rubato" tra gli scarti di qualche falegnameria. Un filo di nylon, qualche amo, un piombo. Esca, bastava un mitilo recuperato tra gli scogli. Soprattutto tempo, per gustare appieno il momento.
Quanti tagli sulle mani per recuperare la lenza. Non per il peso della preda, quando al fortuna mi aiutava a pescare qualcosa non più grande di un palmo di una mano, dita comprese ;), ma per disincagliare gli ami "incocciati" tra le alghe.
Ogni callo, era sudato! ..."Un senso alle cose" :D

Miriam ha detto...

Oh, ma è bellissimo quello che hai raccontato, anch'io ho molti ricordi di mare simili ai tuoi, ho sorriso più volte mentre proseguivo la lettura. Che emozione!!!
CIAO!

egi ha detto...

Ogni volta mi commuove Miro: la sua forza e la sua dolcezza, la sua ostinazione e la sua pazienza, la sua rudezza e il suo sorriso...
Complimenti al 'pittore':-)